#8ottobre: Julian Assange, non sei solo! Intervista al prof Pietro Ratto

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L’arresto di Assange.

Per quasi otto anni ha vissuto chiuso in due stanze all’ambasciata ecuadoriana di Londra. Oggi è detenuto in un carcere di massima sicurezza nel sud-est di Londra, dopo che l’Ecuador gli ha revocato l’asilo politico. Il suo reato è quello di aver divulgato pubblicamente documenti top secret tramite l’agenzia WikiLeaks, preservando l’anonimato delle sue fonti. Stiamo ovviamente parlando di Julian Assange.

Il fondatore di Wikileaks avrebbe dovuto essere rilasciato il 22 settembre e invece rimarrà in carcere fino alle udienze di febbraio sulla sua potenziale estradizione negli Stati Uniti, a causa della convinzione del giudice distrettuale Vanessa Baraitser di poter “fuggire di nuovo” al momento del rilascio.

Per sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti di questo “eroe moderno”, lo scrittore, insegnante e musicista Pietro Ratto (qua il suo sito) ha deciso di indire una manifestazione mediatica creando una apposita pagina FB e un evento correlato da titolo: 8 ottobre: Julian Assange, non sei solo!

Per questo abbiamo incontrato Ratto, per chiedergli di spiegarci come è nata questa iniziativa e perché abbia scelto proprio la data dell’8 ottobre…

 

| Intervista a Pietro Ratto |

D: Da quando è stato espulso dall’Ambasciata dell’Ecuador a Londra i suoi sostenitori continuano a lottare per il rilascio di Assange con lo slogan “Don’t shoot the Messenger”, non sparate al messaggero. Assange ha sacrificato infatti la sua vita per rendere pubblici documenti e crimini di interesse pubblico.

Prof Ratto, lei ha indetto per l’8 ottobre una manifestazione di sensibilizzazione on line riguardo alla situazione di Julian Assange. A questo link FB è disponibile la “lavagna” mediatica dove gli utenti potranno scrivere un pensiero per Assange. Innanzitutto perché ha scelto questa data?

R: L’8 ottobre 1599, 420 anni fa, Giordano Bruno riceveva l’ultimatum definitivo dell’Inquisizione. Un ultimatum di quaranta giorni entro i quali gli si intimava di abiurare. Un ultimatum che cadeva nel nulla, però. Bruno, infatti, non ritrattò. E il 17 novembre, alla scadenza del tempo concessogli, i suoi giudici dovettero ufficialmente prendere atto dell’irremovibilità del Filosofo rispetto alle sue stesse idee. Esattamente tre mesi dopo, il 17 febbraio 1600, Giordano Bruno veniva quindi bruciato sul rogo.

Ecco. Ho scelto quella data così simbolica, l’#8ottobre, per far sentire la mia e la nostra solidarietà, a Julian Assange. Per fargli sapere che non è solo. Che siamo contrari alle torture psicologiche e ai soprusi a cui, da troppo tempo, è sottoposto.

La mia proposta è che tutti coloro che vogliono aderire, da adesso fino a quel giorno diffondano il logo e le motivazioni di questa iniziativa. Persone, enti, associazioni, giornali, editori, ecc.

L’8 ottobre, sulla mia pagina facebook “Boscoceduo” e ovunque ci sarà permesso, potremmo tutti inserire scritti, video, lettere, riflessioni, canzoni, documenti, ecc. per farci sentire. Tutti insieme.

Lo scrittore Pietro Ratto.

D:  Ritiene Assange un eroe dei nostri tempi?

R: Sì. Per il coraggio dimostrato e per le conseguenze gravissime che, in piena solitudine, sta pagando.

D: In un tweet sul suo profilo twitter, lei ha parlato di “servilismo” riguardo alla stampa mainstream e quindi ai giornalisti, perché?

R: Perché nessuno dei nostri giornalisti, quanto meno quelli che si affacciano quotidianamente ai canali ufficiali, si sognerebbe mai di rischiare la propria vita (ma nemmeno un decimo del suo stipendio), per diffondere informazioni tanto pericolose quanto preziose per l’intera collettività.

I giudici statunitensi che quest’state lo hanno assolto dalle accuse mossegli dal Partito Democratico, a mio parere, hanno sancito proprio questo principio: il fatto che un qualsiasi gruppo politico dichiari top secret alcuni documenti di interesse nazionale che non intende divulgare, non significa certo che un giornalista che voglia dirsi tale abbia il diritto – e, soprattutto, il dovere – di pubblicarli.

D: La stampa non ha il diritto di accedere a tutti i documenti del caso Julian Assange. Così ha deciso il giudice inglese Edward Mitchell chiamato a pronunciarsi su un appello all’Upper Tribunal di Londra promosso dal quotidiano Repubblica, dopo che da quattro anni, invano, il giornale ha cercato di accedere a tutta la documentazione per indagare e ricostruire il caso Assange in modo fattuale. Che cosa ne pensa?

R: Penso che il meccanismo della censura sia, da sempre, l’arma principale di cui si serve il potere. D’altra parte, diciamolo: i nostri Anni di Piombo, per esempio, con tutta la buona volontà mai potranno venir studiati e compresi adeguatamente – anche solo per quanto attiene a esecutori e mandanti – proprio a causa dei quintali di omissis che i servizi segreti hanno opportunamente apportato all’intera mole dei relativi documenti. La vicenda Moro – al cui approfondimento, nel mio piccolo ho cercato di dare un contributo – ne è una prova lampante.

D: In che modo pensa di poter sensibilizzare l’opinione pubblica e le autorità a riguardo?

R: Non so. Io sono una persona un po’ impulsiva e sanguigna… Spesso agisco d’istinto, seguendo il cuore. Ho pensato alla sofferenza che può provare un uomo coraggioso e fedele al suo dovere, costretto a vivere in quelle condizioni. E ho immediatamente deciso di espormi, ancora una volta, per fargli sentire quella solidarietà che i nostri rappresentanti politici e i nostri media non hanno voluto mai manifestargli. Conto, come sempre, sulla partecipazione attiva e consapevole delle persone. Su tutti coloro che vorranno seguire questa piccola strada che ho provato a tracciare. E sono molto grato, naturalmente, ad autori influenti che, come nel suo caso, abbiano voglia di diffondere questa iniziativa.

D: Come pensa che finirà questa storia?

R: Sinceramente non mi illudo mai di ottenere chissà quale obiettivo, in quel che faccio. Cerco il più possibile di concentrarmi sul valore dell’impegno, a mio parere molto più importante rispetto a quello dell’esito raggiunto. La gente che tiene prigioniero Assange è la stessa che ha in mano il mondo, c’è poco da illudersi. Ma silenzio e rassegnazione non son sicuramente atteggiamenti che possano regalare qualche speranza. A a noi e, tanto meno, a lui. Ciò che davvero conta, in un essere umano che voglia dirsi tale, non è vincere.

È lottare.

 

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