Caso benda sugli occhi: la zona grigia dell’autorità

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La sovranità – statuale – è potenza (“dynamis”) trasformata in atto (“energheia”). Ma la sovranità, nello Stato di diritto, è potenza che ha in sé anche l’ipotesi di non esercitarsi, di non divenire atto.

Diversamente, la sovranità stessa, diverrebbe vendetta, espressione di violenza e forza bruta, non temperata dal “logos” della legge e dell’etica.

È dall’avvento della Grecia antica che il dibattito sull’uomo e sul potere tenta di comprendere il rapporto tra violenza e diritto (“physis” e “nomos”). Sin dall’antichità la dinamica interna tra questi enti è complicata e ambigua; basti pensare che, nel “Frammento 169” del poeta Pindaro, tale convivenza tra forze viene già definita un “enigma” e dunque un qualcosa di oscuro ed ambiguo.

E ancora: per i sofisti (nel V-VI Secolo a.C.) e per Hobbes – con la sua teorizzazione del Leviatano (XVI Secolo d.C.) – viene pienamente accettata e riconosciuta una sostanziale consonanza di unità e naturalità tra la violenza (come potere e “vis”) e la giustizia (come espressione del motto latino “iustitia est suum cuique tribuere”).

Al contrario, Platone (e con lui tutti coloro che possono iscriversi al gruppo definibile, secondo Leo Strauss, del “diritto naturale classico) ha combattuto aspramente per sradicare questa congiunzione ontologica tra violenza e giustizia, sostenendo espressamente che “la legge deve regnare sugli uomini e non gli uomini sulla legge”, così affermando la radicale assenza di consonanza della “dike” e del “nomos”, negando ogni forma di accettazione tra qualsivoglia forma di violenza e lo “iusdicere”.

Questo è il tappeto valoriale classico, la fonte da cui ragionare intorno alla vicenda riguardante l’operazione delle Forze dell’Ordine che hanno arrestato il presunto assassino del carabiniere e il suo giovane amico californiano. Tuttavia, a queste considerazioni classiche, ne vanno aggiunte altre due, in grado di tipizzare la contemporaneità.

  1. La prima: la nostra è la società dello spettacolo, della perenne “performance”, del “live” compulsivo.
  2. La seconda: la modernità è segnata dalla pressante necessità dell’abdicazione dalla potenza (che ha in sé la “dynamis” del non fare) a favore della pura volontà, del “non poter non volere”, del “non poter non realizzare” e dunque, in ultima analisi, del “non poter non fare”.

Questi diversi piani della coscienza sociale e soggettiva si intrecciano tra loro, costruendo una nuova figura di essere umano, la cui “hybris” è ben oltre il classico peccato di vanità e si proietta in una dimensione cognitiva in cui non vi è differenza tra bene e male e la vertigine esibizionistico-voyeuristica diviene la cifra assiologica del giudizio etico.

Tutto questo, però, non rimane una sovrastruttura facilmente dominabile dal “logos” (la morale, il buon senso, il diritto) oppure una tela di qualche artista d’avanguardia, oppure ancora la narrazione di qualche ruvida penna attratta dal “lato oscuro della luna” umana (Shakespeare, Baudelaire); tutto questo causa una vera e propria modificazione nell’impianto neurale di ciascuno di noi, formando un algoritmo cognitivo radicalmente nuovo e incompatibile con gli statuti valutativi validi sino a pochi decenni fa.

Oggi la società vuole risposte semplici, immagini vertiginose, assenza di limiti, pura volontà di atto (“energheia”) anche se, a questo fare, non corrisponde una reale potenza (secondo lo schema aristotelico del rapporto potenza-atto).

La giravolta etica ed estetica si è avuta nel recepimento di queste istanze da parte della stessa autorità, così facendosi complice della “vulgata” e anzi assumendone, con la forza della sovranità, le medesime stigmate e lo stesso bisogno “performativo”.

La negazione dell’identità dell’arrestato (ammanettandolo, bendandolo e costringendolo su una sedia) non è più un fatto segreto ma deve divenire un “post” nella giostra estetica della vertigine.

E ciò non è fatto per crudeltà ma per bisogno compulsivo del “non poter non fare”. Non si tratta di un’operazione in spregio alle norme di diritto e ai princìpi che regolano l’autorità ma la certificazione quei princìpi sono enti svuotati di valore (così trapela anche dalle rassicurazioni del magistrato che assicura che, comunque, l’interrogatorio, si sarebbe svolto regolarmente, alla presenza del difensore). Tutto questo è il significato più profondo del Processo kafkiano, quello in cui la legge ha raggiunto “uno stadio in cui essa afferma ancora se stessa, per il fatto che vige, ma non significa…” (come acutamente osservato da Scholem in una lettera all’amico Benjamin). Come conseguenza si ha il fatto che il

processo non è più il regno delle regole ma è divenuto vita, vita comune, esistenza, performance.

E dunque, anche il processo, non può non essere regolato come è regolata la vita. La conseguenza è la creazione di “zone grigie”, dei non luoghi dove la legge vige ma non regola, dove la potenza non può non declinarsi in volontà e dove questa volontà non può non tradursi in performance.

Nella zona grigia non vi è più divisione dei ruoli, non vi è etica della cattura o etica del catturato. È il luogo dove “lo stato d’eccezione coincide perfettamente con la regola” (Agamben, “Homo Sacer”).

Luca D’Auria nasce nel 1969 a Milano dove svolge la professione di avvocato penalista. Dopo la laurea collabora con la cattedra di procedura penale e medicina legale, tenendo docenze sull’utilizzo processuale della prova del DNA. Nel 2010 si iscrive al corso di laurea in filosofia della mente presso l’Università Vita-Salute del San Raffaele. E’ stato docente di diritto e procedura penale nel Master di Criminologia dell’Università Vita-Salute. Attualmente è docente di intelligenza artificiale e processo penale nel Master di Criminologia della Business School de Il Sole 24 Ore presso cui è anche docente di diritto penale dell’economia nei Master di…

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