Com’è nata e perché l’espressione “teoria del complotto”. Con un memo segreto della CIA…

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Chi si occupa di investigare e divulgare temi scomodi al potere, riceve automaticamente la nomea del “complottista”. La cosa farebbe anche sorridere se non fosse che quando si trattano temi e argomenti fondamentali per il presente e il futuro dell’umanità e del pianeta, visto come stanno le cose, da sorridere vi è ben poco.

Ma perché scrivo che altrimenti ci sarebbe da sorridere? È presto detto.

 

| Come è nata l’espressione “teoria del complotto” |

Proprio nelle prime battute di Dietro le quinte. Rivelazioni sul governo invisibile che controlla il pianeta (Uno Editori), scritto a sei mani con gli amici Enrica Perucchietti e Marcello Pamio, ci dedichiamo a spiegare come, quando e perché è nata l’espressione “teoria del complotto”. Riteniamo infatti che mancando questa semplice ma basilare conoscenza, verrebbe a mancare lo strumento base per comprendere come i poteri forti agiscono e manipolano ogni aspetto della nostra esistenza.

Ma veniamo a noi.

L’espressione “teoria del complotto” è stata utilizzata per la prima volta nella storia dalla Cia nel 1967.

Essa era una vera e propria psyops, ovvero una operazione psicologica volta all’insegnamento ai propri membri (della Cia stessa) su “come distruggere le verità scomode”, cioè quelle verità in contrasto con le teorie ufficiali che ovviamente sono quelle teorie divulgate dal potere.

Fu proprio in quell’anno infatti che vennero rese pubbliche le conclusioni a cui era arrivata la Commissione Warren (documento 1035-960) relativamente all’assassinio del Presidente J.F.K, conclusioni che avevano lasciato più di un dubbio e avevano con ciò dato adito a speculazioni, più che giustificate peraltro, che la ricostruzione fosse un “falso” creato ad arte. Insomma, la verità ufficiale data in pasto al popolo statunitense (e al mondo) che prevedeva che Kennedy fosse stato ucciso da  uno sparatore solitario (tale Lee Harvey Oswald) aveva fatto storcere la bocca a molti. Al tempo stesso, direi specularmente e logicamente, era subentrata la convinzione che dietro l’assassinio di Kennedy ci fosse ben altro e anche ben altri. Se da un lato si sospettava infatti che fossero coinvolte personalità di alto livello, incluso il Vicepresidente Lyndon B. Johnson, le speculazioni e ipotesi sulle reali motivazioni dell’assassinio di Kennedy sono molteplici, ma una in particolare (probabilmente quella giusta) venne sempre tenuta in disparte e riportata a galla solo dall’amore per la verità di ricercatori indipendenti.

 

| 4 giugno 1963, firma dell’Ordine esecutivo 11.110. Una data importante |

Il 4 giugno 1963 è una data importantissima (sconosciuta virtualmente a tutti) che avrebbe potuto cambiare la storia degli Stati Uniti e per estensione del mondo intero. Fu infatti quel giorno che il Presidente John Fitzgerald Kennedy appose la sua firma sull’Ordine esecutivo 11.110. Attraverso questo decreto presidenziale Kennedy impediva alla Federal Reserve Bank di prestare soldi a interesse al Governo Federale degli Stati Uniti. Al tempo stesso Kennedy diede mandato al Ministero del Tesoro di stampare banconote per un valore pari a 4,3 miliardi di dollari (4.292.893.825 per l’esattezza) interamente convertibili in argento. Sì, avete capito bene, le United States notes di Kennedy (anche conosciute come Kennedy Notes) erano interamente convertibili in argento, a differenza delle Federal Reserve Notes che erano, e sono, solo carta straccia. Senza dilungarci troppo sull’argomento diremo solo che dopo l’assassinio di Kennedy le United States Notes vennero fatte rapidamente scomparire dalla circolazione e le Federal Reserve Notes furono, altrettanto rapidamente, reintrodotte.

 

| Un memo segreto della CIA |

Ma torniamo a noi.

Per far fronte alle accuse di falsa ricostruzione dell’assassinio del Presidente, la Cia fece circolare un memo interno segreto presso tutti i suoi uffici sparsi per la nazione chiedendo loro di “collaborare” con i media per denigrare tutte le teorie “alternative”, frutto, a suo dire, di semplici “teorie del complotto”.

Fu esattamente in questo modo e con le finalità di cui sopra che, banalmente osiamo dire, venne introdotta l’espressione “teoria del complotto”, utilizzata con accezione negativa, accezione negativa (e dispregiativa) che come ben sappiamo perdura a oggi. Questo per dire che tutto ciò che il Sistema necessita per difendersi (e contrattaccare) dalle accuse è semplicemente bollare i ricercatori, giornalisti, ecc., come maniaci della “teorie del complotto”. Questo è sufficiente, almeno agli occhi delle masse, a far passare le bugie del potere come verità. L’11 Settembre ne è un esempio eclatante.

 

| Altre riflessioni sparse |

Ma le riflessioni che possiamo e dobbiamo fare sono anche altre. Ad esempio quando si usano espressioni come “teoria del complotto” con evidenti intenti manipolatori, ciò che si fa è in realtà catalogare e quindi ghettizzare versioni (e i loro fautori) alternative che possono, e sottolineiamo possono, andare a confutare le versioni ufficiali di accadimenti fondamentali nel corso della storia umana (come appunto l’assassinio di Kennedy o gli attentati dell’11 Settembre).

Inoltre questa espressione, già brutta di per sé, pone immediatamente il “complottista” in una posizione di debolezza perché lascia intendere che sia per forza contro qualcosa. Quindi, come dice Enrica nel nostro libro,

queste etichette vengono utilizzate in forma di arma ideologica semplicemente per poter censurare e liquidare ogni narrazione, ogni informazione che va oltre il pensiero unico e che cerca di approfondire tematiche scomode per il potere”.

L’obiettivo, al dunque, è convincere le masse che le versioni ufficiali propagandate dai media sono sempre vere mentre quelle alternative sono solo frutto delle paranoie, complottiste per l’appunto, di un manipolo di giornalisti, autori, ricercatori.

 

| Uscire dal pensiero unico |

Se usciamo dal pensiero unico e impariamo a ribaltare le versioni ufficiali del potere, ci rendiamo presto conto che definire un ricercatore “complottista” serve unicamente a difendere le versioni ufficiali (ovvero le bugie) del potere.

E uscendo dal pensiero unico arriviamo anche a capire una cosa molto semplice, e cioè che, come del resto è ovvio che sia, chi complotta non sono i “complottisti” ma il potere. È infatti proprio il potere che non fa altro che tramare, brigare, manipolare tutto, non certo chi cerca unicamente la verità (e, mi permetto, di aggiungere, con ben pochi benefici, se non l’amore per la verità stessa). E del resto la Storia stessa ci insegna (gli esempi sono infiniti) che essa non è altro che una sequela infinita di complotti  portati avanti da parte del potere per accrescere il proprio potere. O quantomeno una storia di verità nascoste. E la colpa non è dei “complottisti”.

 

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