Cultura: il potere censura chi non condivide la stessa ideologia

Autore

Il cosiddetto mondo dello spettacolo ha sempre avuto una certa giullaresca accondiscendenza al potere costituito e di conseguenza al suo fardello mediatico.

Lavorare in Rai ai tempi di Bernabei o, in seguito, ai tempi del “pippobaudismo” significava aderire a uno schema, a un messaggio culturale, a un mainstream ‘istituzionale’. Vigendo una legge non scritta: si lavora se si sta nei ranghi. Il che vuol dire una serie di relazioni necessarie e un’evidente adesione a una specifica idea ‘sociale’ del lavoro creativo e culturale.

E’ sempre stato così e dunque non c’è da meravigliarsi. In fondo i lavoratori dello spettacolo non sono artisti, in senso proprio, dunque con un travaglio esistenziale. Si può capire che bisogna mangiare. Questo è stato normale in tutti i tempi. “Chi glielo fa fare?”, direbbe il buon senso comune…

Chi in qualche modo contravveniva, quasi eroicamente, erano perlopiù artisti di sinistra.

L’esempio più classico sono Dario Fo e Franca Rame che nei primi anni 60 ricevevano continuamente una censura ai loro pezzi preparati per Canzonissima. Il risultato era troppo penalizzante e dunque coraggiosamente i nostri abbandonarono la TV per dedicarsi solo al teatro, nonostante quello fosse un programma molto remunerativo e importantissimo dal punto di vista della popolarità. Ma all’epoca i “cosiddetti compagni” erano più veri, più seri, più coraggiosi. Oggi questo, forse, sarebbe visto come un atteggiamento stupido e niente di più.

Il fatto è che oggi chi detiene questo tipo di presa del potere è la fantomatica “sinistra” (il virgolettato si rende necessario).

Interi settori della cultura, dal cinema al teatro, dalla musica all’editoria ormai da tempo sono informati a un monopolio, che tradotto in termini reali è una sorta di censura per chiunque non rientri in un’idea di società che si richiami al progressismo o alla globalizzazione come aspirazione definitiva dell’uomo. Questo ovviamente ha generato un sistema bloccato soprattutto nei contenuti. Si potrebbe definire un feroce controllo preventivo di tutto ciò che presenta un altro modo di vedere, di sentire, di pensare.  Una monopolizzazione della narrazione pubblica, ufficiale, propinata alle grandi masse secondo i propri modelli di orientamento politico e ideologico. E, ancor peggio dei tempi di Bernabei, o si ha una posizione schierata nettamente a sinistra, di questa sinistra ‘petalosa’ e schiacciata sui temi dei diritti civili o dell’immigrazionismo senza limiti, oppure non si lavora, non ci sono soldi per alcun progetto e si viene emarginati in maniera totalitaria. O si ripetono i mantra ideologici di questo potere “sinistrato” oppure paradossalmente non c’è “esistenza artistica”. Oggi assistiamo al paradosso che l’establishment irreggimentato è proprio quello di sinistra.

Io nella mia esperienza artistico-lavorativa ho spesso avuto qualche contributo dall’ARCI – Emilia Romagna, dall’ARCI di Modena e da quella di Bologna. Mi sono occupato spesso di portare in luce movimenti artistici o autori considerati di nicchia, quindi l’aiuto di certe organizzazioni e associazioni che si occupano di cultura è stato indispensabile se volevo far scoprire al pubblico italiano Boris Vian oppure riportare in scena un personaggio immenso come Petrolini, quasi totalmente sconosciuto alle nuove generazioni.

Ebbene nel 2011 è improvvisamente terminata questa collaborazione. Mi venne esplicitamente detto che non c’erano soldi e contributi per nessun tema o fatto culturale che non fosse quello riguardante la migrazione. O mi occupavo di storie di migranti oppure niente. Non poteva per forza essere previsto alcun altro argomento della nostra vastissima e meravigliosa cultura.

Insomma in definitiva sei hai idee diverse, con questa specie di “sinistra” non c’è possibilità. Anzi chi non è con loro, semplicemente non lavora: nessuna programmazione estiva, nessun cartellone stagionale, nessun concerto, nessuno spettacolo, nessun documentario, nessun libro da ospitare. Il nulla della censura subdola.

La parabola di un artista di culto come Giovanni Lindo Ferretti è un esempio perfetto. E’ stato un innovatore del linguaggio musicale e dei contenuti di una generazione che si sentiva più o meno ribelle. Una sorta di icona delle avanguardie italiane nella musica giovanile. il nostro poi ha fatto altre scelte e sempre rimanendo fedele alla sua linea di verità ha iniziato un percorso, con dichiarazioni molto forti, che andava in una direzione opposta al ribellismo rocchettaro; ha iniziato a parlare di valori della tradizione e della spiritualità che non erano più in assetto con maistream della, sempre fantomatica, sinistra. Il risultato è stato l’emarginazione oltre a un’ostilità confusa, come al solito ottusa, come al solito feroce.

Nella tessera 2019 c’è un barcone in mare pieno di migranti e l’ARCI esibisce un motto: più cultura, meno paura.

Ho paura per la cultura.

Michele Vietri, regista, laureato in Storia del Cinema al D.A.M.S. di Bologna. Ha lavorato in RAI nei primi anni 90, come assistente di programma. Sempre negli stessi anni ha fatto l’assistente a G.Tornatore per il doc “lo Schermo a Tre Punte”. E’ anche autore teatrale, attore e musicista. Ha diretto e interpretato spettacoli di vari autori, da Ettore Petrolini a Boris Vian fino alle ultime opere incentrate sul poeta Pier Paolo Pasolini. Ha inciso 5 album di canzoni spaziando sui generi, dalla melodia napoletana alla chanson française, dal jazz al tango. Ha realizzato i seguenti documentari: A CHI TANTO A…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *