Dopo la delocalizzazione, l’automazione: i robot spazzeranno via il 47% dei posti di lavoro

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Il 15,2% dei posti di lavoro nel nostro Paese potrebbe presto scomparire, mentre un posto di lavoro su tre, il 35,5%, potrebbe subire sostanziali cambiamenti nel modo in cui vengono svolti o comunque verrà eseguito con mansioni molto diverse da quelle attuali.

È quanto emerge da uno studio dell’OCSE, l’organizzazione per lo cooperazione e lo sviluppo economico, di cui parlo in Cyberuomo (Arianna Editrice).

Questi dati, infatti, confermano le stime inquietanti di numerosi economisti che riporto nel mio libro, secondo cui

un posto di lavoro su due potrebbe presto essere sostituito da Intelligenza Artificiale, quasi certamente uno su sei.

Secondo l’OCSE la percentuale per il nostro Paese è più alta della media europea: con un 15% di posti a rischio automazione e un 35,5% con «rischio significativo» (tra il 50% e il 70%), contro percentuali come quella della Norvegia, intorno al 4%. La media Ue è, rispettivamente, del 14 e 32%. Le regioni meno a rischio, secondo l’OCSE, sono quelle con un maggior numero di lavoratori con un’istruzione universitaria, una maggiore quota di posti nei servizi e un’elevata urbanizzazione. In generale le regioni a bassa produttività sono quelle a maggior rischio di automazione e sono anche le regioni con i tassi di disoccupazione più elevati.

 

| Disboscamento degli umani |

Riccardo Staglianò nel suo libro Al posto tuo, utilizza un’espressione a mio dire azzeccata, parlando di  “disboscamento degli umani” in quanto il supercapitalismo digitale, in particolare in settori come la logistica, non solo ha «assunto magazzinieri, pagandoli poco e facendoli trottare tanto», ma ora punta alla progressiva sostituzione dei lavoratori umani con le macchine, come confermato oltreoceano dal fondatore di Alibaba, Jack Ma.

Se ne parla ancora troppo poco, ma dobbiamo renderci conto che la robotica presto renderà possibile la creazione di una generazione di macchine tanto intelligenti da poter sostituire non solo la manodopera pesante ma anche i colletti bianchi, dando vita a quel fenomeno che era già stato previsto da John Maynard Keynes: la “disoccupazione tecnologica”, ossia la perdita di lavoro dovuta al cambiamento tecnologico.

Questo cambiamento solitamente riguarda l’introduzione di tecnologie che permettono di ridurre il carico di lavoro eseguito dagli operatori e l’introduzione dell’automazione.

 

| Se la società è incapace di adattarsi al cambiamento |

Keynes si mostrava inoltre preoccupato dalla “incapacità di adattarsi” nel breve termine, che forse rispecchia a pieno il problema odierno dell’automazione: l’inadeguatezza delle istituzioni e dell’intera società a gestire, organizzare e reggere il ritmo del cambiamento tecnico e le ripercussioni dell’innovazione sui lavoratori.

Quando la tecnologia elimina (come è avvenuto in passato) un tipo di lavoro o addirittura un’intera categoria di lavoratori, questi dovranno adattarsi al cambiamento aggiornando le proprie competenze e trovandosi un nuovo posto di lavoro. Questo potrebbe impiegare del tempo. Per gli ottimisti si tratta solo di una fase temporanea, alla fine della quale l’intera società gioverà delle innovazioni apportate mentre l’economia troverà un nuovo equilibrio.

Ma se ci volesse più di un decennio per raggiungere questo equilibrio? Quali sarebbero le ripercussioni su milioni di posti di lavoro che verrebbero in breve tempo cancellati?  E se poi a quel punto la tecnologia fosse di nuovo cambiata e i lavoratori non riuscissero a starle dietro? Dovremmo in conclusione chiederci se il gap tra il progresso tecnologico e l’adattamento dei lavoratori sia colmabile oppure sia insanabile e anzi non rischi di rafforzarsi e di aumentare così la diseguaglianza (vedi anche “E se fosse il tempo di fermare le macchine?” e “Braccialetti elettronici e microchip. Storie di schiavi e di infiltrati in Amazon”).

 

| Sempre più ricchi, sempre più poveri |

Le statistiche economiche mostrano infatti che la dicotomia tra abbondanza e disuguaglianza si fa sempre più ampia.

Il professore della MIT Sloan School of Management Eric Brynjolfsson e il suo collaboratore Andrew McAfee[1] sostengono che la tecnologia ha distrutto il lavoro in maniera molto più veloce di quanto ne abbia creato: a breve molti lavori, non solo quelli più vulnerabili all’automazione, dovranno far fronte a una capillare diffusione dei robot. Questa è una tendenza che si riscontra negli USA, così come negli altri Paesi tecnologicamente avanzati. Presto non solo il settore manifatturiero o le attività al dettaglio saranno nel mirino della tecnologia, ma anche campi più complessi: la medicina, la finanza, l’assistenza ai clienti (esempio nei call center), il settore legale.

La produttività, osservano Brynjolfsson e McAfee in La nuova rivoluzione delle macchine,

«ha continuato la sua ascesa, mentre l’occupazione segnava il passo. Oggi il rapporto occupati/popolazione generale è al minimo livello degli ultimi vent’anni, e il reddito reale del lavoratore mediano è più basso che negli anni novanta» .

Quello che gli autori sottolineano è che l’innovazione avrebbe potuto essere «una marea che solleva le barche allo stesso modo», ma così non è stato. Insomma, se la torta complessiva dell’economia sta crescendo, la maggioranza delle persone però, a causa dei progressi tecnologici, sta peggio.

Sebbene non sia l’unico fattore, la tecnologia ha favorito l’aumento delle diseguaglianze e quello che avverrà nei prossimi due decenni preoccupa numerosi economisti, politici e ricercatori.

 

| Entro 20 anni la metà dei lavori sarà automatizzata |

Le macchine sono destinate a soppiantare gli uomini anche in quei lavori “creativi” come la fotografia o il giornalismo  (nel 2027 il 90% delle notizie le scriverà un algoritmo). Persino i lavori di assistenza, intrattenimento e altri compiti che richiedono empatia, in precedenza ritenuti non automatizzabili, hanno iniziato a essere toccati dall’automazione.

Uno studio di 72 pagine del 17 settembre 2013, firmato da Carl Benedikt e Michael A. Osborne, The Future of Employment: How Susceptible Are Jobs To Computerisation?, mostrava come, partendo dall’analisi del mercato statunitense del lavoro (suddiviso in ben 702 diverse occupazioni) il 47 per centro dei mestieri sia ad alto rischio di sostituzione da parte di robot o algoritmi  («According to our estimates around 47 percent of total US employment is in the high risk category») .

Si tratta di un dato allarmante se pensiamo che per la metà dei posti di lavoro statunitensi (il 47%) esiste il rischio di essere automatizzati nei prossimi due decenni.

Come se non bastasse, in un altro paper del 2012 dal titolo Macchine intelligenti e miseria di lungo termine  gli economisti Jeffrey Sachs e Laurence Kotlikoff si trovarono a dar ragione ai luddisti, mostrando come anche tassisti e camionisti saranno presto soppiantati dall’automazione. La decantata inversione di tendenza rispetto alla delocalizzazione (il reshoring) sta cioè avvenendo perché le macchine costano ora meno rispetto alla manodopera cinese.

Dopo la delocalizzazione, ora dobbiamo aspettarci che le macchine rubino il posto agli umani.

 

| Le preoccupazioni di Jack Ma |

Jack Ma.

Ad analizzare pubblicamente questo problema è stato Jack Ma, fondatore e principale azionista del sito di commercio on line Alibaba, che in una intervista di quasi trenta minuti rilasciata a Cnbc ha denunciato il fatto che l’Intelligenza Artificiale è una “minaccia” per gli esseri umani e che presto i robot cancelleranno milioni di posti di lavoro, «perché in futuro queste mansioni verranno svolte dalle macchine». Macchine che, a differenza dei lavoratori umani, non devono essere pagate, non soffrono la stanchezza, la malattia, la fame o la depressione.

Ma ammette il rischio che possa avvenire nell’imminente futuro “una terza guerra mondiale”, senza specificare se sarà una battaglia tra uomo e macchine come in Terminator o tra Stati messi in ginocchio dalla disoccupazione[2]:

«I robot uccideranno un sacco di posti di lavoro, perché in futuro queste mansioni verranno svolte dalle macchine».

Si tratta dell’ennesimo allarme sui pericoli dell’automazione che proviene da un uomo d’affari e pioniere nel campo delle nuove tecnologie: Ma, come molti nomi illustri prima di lui, si è detto preoccupato per il futuro dell’umanità. «La tecnologia», ha spiegato,

«dovrebbe sempre fare qualcosa per potenziare le capacità della gente, non diminuirle […] L’evoluzione tecnologica metterà alla prova decine di settori. Se non aiutiamo i piccoli business a diventare globali ci saranno grossi problemi»[3].

Bloccare il processo in corso è, semplicemente, “impossibile”.

Ma prevede persino trent’anni di sofferenza. E dopo? Jack Ma, in fin dei conti, si attende un lieto fine. È convinto che in un conflitto tra uomo e macchine “vinceranno gli uomini”. Per scongiurare un divario crescente tra ricchi e poveri, serve che i governi prendano “decisioni difficili”, che però, nel lungo periodo, saranno premianti. Quali sarebbero? Jack Ma non dà risposte esplicite, ma accenna ad alcuni fattori, tra cui una selettiva divisione dei ruoli, per cui non si dovrebbero sviluppare «macchine come gli uomini», ma, al contrario, «dovremmo invece essere certi che facciano cose che l’uomo non è in grado di fare». In questo senso la tecnologia potrà migliorare la vita delle persone, mitigando persino i conflitti sociali.

Come abbiamo visto in apertura, la sostituzione dei posti di lavoro è ormai certa e lo confermano dati e stime allarmanti. Bisogna che i governi corrano ai ripari e studino delle riforme adatte a traghettare la società verso questo cambiamento epocale se non vogliamo che i prossimi decenni apportino sofferenza e povertà come preconizzato da economisti e imprenditori.

 

[1] Erik Brynjolfsson, Andrew McAfee, La nuova rivoluzione delle macchine. Lavoro e prosperità nell’era della tecnologia trionfante, Feltrinelli, Milano, 2015.

[2] https://www.agi.it/innovazione/le_macchine_scateneranno_una_guerra_come_in_terminator-1901979/news/2017-06-22/

[3] Ibidem.

 

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