E se fosse il tempo di fermare le macchine?

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| La capitale del nuovo mondo |

 Silicon Valley: che cos’è veramente? La maggior parte della gente pensa si tratti solo di un luogo in cui dei geniacci maniaci del computer trascorrono la maggior parte del loro tempo a inventare nuovi strumenti tecnologici e a parlare di fumetti e di film di fantascienza. Insomma, un mondo popolato di tizi come quelli che si vedono nella serie The Big Bang Theory, giusto per intenderci.

Certamente, almeno in parte, questa visione è corretta ma non è di sicuro quella che rappresenta il vero cuore pulsante della Silicon Valley. Già perché il vero cuore della Silicon Valley risiede in una idea, o meglio, in una “visione del mondo” che inizialmente non aveva nulla a che fare con la tecnologia.

 

| Hippy “hi tech” |

Francesco Borgonovo, nel suo libro Fermate le macchine! (Sperling & Kupfer), compie un’analisi molto interessante in grado di spiegare il fenomeno della Silicon Valley e, soprattutto, di rispondere al perché oggi la vita di tutti noi si muove attraverso i diktat provenienti da quella famosa “valle”.

Per illuminarci su ciò, ci dice Borgonovo, dobbiamo prima cogliere quale, appunto, “visione del mondo” è presente nella testa di chi siede ai vertici della Silicon Valley. Infatti scrive:

«la questione centrale è mostrare quale sia l’ideologia dominante nell’universo creato dai nuovi feudatari digitali.»

Per poterlo capire è interessante guardare nell’orbita culturale di quale città è sorta la Silicon Valley. Questa città è, come si sa, San Francisco, la città “regina” di quella rivoluzione culturale che ha stravolto il mondo tra gli anni sessanta e settanta.

«La controcultura hippy californiana,» scrive Borgonovo, «di cui San Francisco era la capitale del flore power e dell’amore libero, si è fusa con il neoliberismo più selvaggio. Gli smanettoni ribelli che volevano abbattere il sistema sono divenuti i nuovi padroni e presentano il loro regime come una sorte di paradiso libertario e libertino. È il connubio perfetto: niente vincoli, né economici né morali. Il tutto avvolto da un’ammorbante patina di politicamente corretto.»

È sufficiente guardare le immagini dei protagonisti della “rivoluzione digitale” (pensate a Steve Jobs, ad esempio) per rendersi conto che Borgonovo ha effettivamente colto nel segno: è inevitabile, infatti, quando pensiamo a questi personaggi, trovarsi di fronte l’immagine di un hippy straricco. Una combinazione che, nei fatti, dovrebbe risultare una contraddizione in termini.

 

| La tecnologia promette di far sparire la sofferenza |

La domanda ora, però, è: ma perché gli hippy si sono dati anima e corpo alla tecnologia? La risposta è semplice ed è la stessa che spingeva gli hippy a fare uso di droghe e a rifiutare le autorità: perché, cioè, promette di vivere per sempre felici e a non soffrire mai più. Infatti, ci dice Borgonovo, è difficile fare a meno della tecnologia proprio perché è comoda. E quando ci si abitua alla comodità,diventa impossibile darsi un limite.

Di conseguenza, visto che più progredisce la tecnologia più aumenta la comodità, a un certo punto l’essere umano si è convito che l’unica visione giusta della vita è quella che ci porta a “progredire” sempre, con questo intendendo che bisogna abbandonare sempre il “vecchio” per accogliere sempre il “nuovo”: tanto basta, in questa visione, per essere certi di percorre la strada adeguata della vita. Da qui quella visione “progressista” che è diventata dominante in ogni settore e che bolla come “ignorante” chiunque si opponga ad essa.

 

| Barattare la libertà con la comodità |

A questo punto risultano particolarmente interessanti – perché indicano una alternativa “sana” a tutto questo – delle citazioni che Borgonovo riporta dal libro di Stefano Boni intitolato, in modo molto suggestivo, Homo comfort (Elèuthera):

«[L’] 1% dell’umanità detiene il controllo di tutta la tecnologia di cui siamo diventati irrimediabilmente dipendenti. […] La sfida è a un potere che controlla (e quindi può togliere) le risorse indispensabili della sopravvivenza a qualunque gruppo si ribelli. Mai l’umanità è stata così impotente economicamente nel senso che la società non riesce a produrre ciò di cui ha bisogno se non passando per mega-aziende e scambi globali: l’incapacità di essere autonomi nella produzione genera un’impotenza politica. Se non vogliamo diventare schiavi di un cartello di finanzieri che possono speculare a piacimento sulle nostre dipendenze tecnologiche, forse ha senso mettersi a faticare un po’ per rendersi almeno un po’ più autonomi e provare la soddisfazione di acquisire e mettere in pratica saper che non passano da meccanismi tecnologici complessi e che non controlliamo. Ci siamo dimenticati la soddisfazione che dà la capacità di realizzare qualcosa (un orto, un pane, un pollaio, una marmellata, la raccolta di erbe, un parto in casa, un unguento terapeutico) senza passare dai prodotti offerti dall’1%…»

Questa citazione di Boni mi ha particolarmente colpito perché è esattamente una delle conclusioni a cui arrivo nel mio libro Manuale di Resistenza al Potere (Uno Editori).

 

| In conclusione |

Il libro di Borgonovo ci apre gli occhi per farci vedere un mondo in cui già oggi tutti noi siamo completamente immersi e che ha la sua “sala di comando” nella fatidica Silicon Valley.

Ed è tempo di aprirli veramente gli occhi, se non vogliamo finire in quel mondo che ci stanno preparando e che magistralmente  ha descritto nel suo libro Cyberuomo (Arianna Editrice) Enrica Perucchietti. Forse è veramente giunto il tempo di iniziare a pensare di fermare le macchine

 

 

dopo aver studiato filosofia, ha lavorato per anni come Exhibition Manager presso la Fondazione Roma Museo dove si è occupato del coordinamento del personale e degli eventi. In seguito si è occupato di coaching, in particolare nel settore della leadership, collaborando con esperti del settore e scrivendo numerosi articoli ed ebook tra cui La mente dello stratega che è rimasto per mesi in vetta alle classifiche. Con la Uno Editori è in uscita il libro Manuale di resistenza al potere.

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