Esiste il libero arbitrio? Chi è l’uomo e come si formano i suoi sentimenti

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| Le tre inautenticità cognitive che negano il mito del libero arbitrio. L’uomo come un algoritmo di se stesso |

Nessun animale è più vanitosamente antropocentrico dell’uomo. L’uomo “al centro del mondo” – come unico essere razionale in una selva di irrazionalità – è il vero peccato di “hybris” dell’umanità (già metaforicamente e plasticamente raccontato dal mito di Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden).

L’uomo, secondo questo vanitoso antropocentrismo, deciderebbe liberamente tutto: chi amare, chi odiare, qual è l’opera d’arte più bella, quale Dio è più giusto e quali sono i calzini più adeguati con un determinato pantalone. Ogni uomo, ente razionale, potrebbe dunque scegliere liberamente quale vita intraprendere. Il campione di questo mito dogmatico è stato Kant. Il suo argomento più rappresentativo per sostenere la natura razionale dell’uomo è contenuto nella Critica della Ragion Pratica. In essa Kant sostiene che esisterebbe in tutti noi un “imperativo categorico” che, con il semplice uso della ragione, permetterebbe, ad ogni individuo, nel momento del decidere, di poter agire come un soggetto “universale” in grado di applicare regole di razionalità valide per se stesso come per ogni altro protagonista possibile di quella medesima condizione. In sostanza: tutti gli esseri umani avrebbero le medesime possibilità decisionali, come se la ragione fosse una specie di “bacchetta magica” in grado di risolvere (secondo una astratta ragione assoluta) ogni differenza ed ogni “logos” soggettivo.

Il precipitato più fantasmagorico di questa vanità illuminista trova forma concreta nei sistemi giuridici contemporanei, che hanno creato le figure del dolo, del libero arbitrio del reo e del libero convincimento del giudice. Queste presupposizioni di sistema sono “instrumenta” certamente necessari per regolare la vita e assicurare alla collettività un “modello metafisico dell’ordine”, ma restano pur sempre delle parabole irreali ed irrealizzabili. In realtà l’uomo è immerso in – almeno – tre forme di inautenticità che ne determinano il cognitivo, negando la possibilità di affermare che le decisioni umane siano il frutto di una scelta libera.

Le scienze cognitive sono il pilastro dell’investigazione per comprendere come funziona la macchina umana e lo strumento attraverso cui affrontare queste tematiche.

 

| La prima forma di inautenticità |

Il nostro cervello è come la consolle di un dj: può suonare ogni genere musicale, mixarlo e remixarlo all’infinito. A una condizione irrinunciabile e cioè quella di avere “in memoria” i suoni e le melodie che il dj desidera “suonare”

(Locke sosteneva che l’io deve essere un perenne cantiere aperto che produce continuamente se stesso e, le conoscenze, se non coltivate sbiadiscono molto presto e si cancellano dall’intelletto senza lasciare traccia o lasciando esclusivamente ombre sbiadite).

Tutto ciò vuol dire che l’uomo non può non vivere nella perenne ricerca di allargare il proprio bagaglio di conoscenze in quanto, al momento del decidere, è in grado solamente di “suonare i pensieri” che già possiede, come se fosse immerso in un labirinto di specchi auto-riflettenti. E’ infatti capace di elaborare e rielaborare esclusivamente quei “suoni-informazioni” che già possiede nei neuroni.

Per la semiotica (Pierce) non esisterebbero intuizioni e non vi sarebbe alcuna differenza cognitiva tra “informazioni” metafisiche o empiriche: ogni conoscenza è esclusivamente un’elaborazione di “segni” che rimandano ad altri “segni” (un po’ come accade per le rivelazioni allusive dell’Oracolo di Delfi che offre “segni velati”, richiedendo, per la loro comprensione, una successiva elaborazione, attraverso altri “segni”, da parte del percettore).

Questo “gioco di segni” e questa continua funzionalità euristica (per richiami e scorciatoie) del cervello si rileva anche nella particolare forma empatica determinata dai “neuroni specchio”, cioè dire quei depositari biologici di segni che, legati a persone o circostanze, attivano dei comportamenti automatici che sono replicanti ed emulativi di “soggetti modello” con cui si ha (o si ha avuto) un particolare rapporto empatico. La psicologia cognitiva chiama, come accennato, ogni “rimando cerebrale” ed automatismo, “euristica” (quella dell’ancoraggio è la più comune tra quelle che regolano il cervello; questa “fa decidere” a favore di un “porto sicuro” cognitivo, quello ritenuto, a seguito di un calcolo probabilistico-bayesiano, meglio rispondente ad una determinata sfida decisionale, senza rischiare di intraprendere strade cognitive nuove e potenzialmente perigliose.

E’ evidente che tale prospettiva limiti grandemente il mito del libero arbitrio, quanto meno così come, generalmente e kantianamente, inteso. Il cervello, pur essendo un magnifico strumento plastico e modificabile, lavora “a risparmio energetico” e dunque applica, per ogni “sfida”, una risposta euristica contenuta nell’impianto cognitivo consolidato che, sulla base di un calcolo bayesiano-statistico, appare – al cervello medesimo – come quella più coerente e sperimentata.

Ciò permette di affermare che, ciascun uomo è una macchina relativamente deterministica, costruita sul modello di un’intelligenza artificiale, le cui “istruzioni” vengono costantemente consolidate e che, al momento del decidere, determinano la risposta in base al contenuto della consolle cerebrale.

Heidegger ha sostenuto che l’uomo sarebbe un “progetto gettato nel mondo”. Neuro-scientificamente ciò vuol dire che ciascuno è responsabile del proprio progetto biologico-formativo e ciò nel senso che la formazione famigliare, le sfide dell’esistenza, le risposte date e la rielaborazione etica di queste, sono il presupposto necessario per offrire ai neuroni le istruzioni del bagaglio cognitivo da cui attingere per le risposte decisionali. Questa condizione di “onanismo cerebrale” (ritenuto, invece, erroneamente libero) è, come detto, la prima forma di inautenticità dell’io. Essa interviene come una sorta di “pilota automatico” sulle scelte di ogni singolo individuo: amore, crimine, lavoro, amicizie, gusti artistici, ecc. Questi “sentimenti” sono il prodotto del proprio impianto neurale, dopaminergico e genetico. Ciascuno di noi è una biblioteca di notizie (che si accavallano dalla nascita fino alla morte) e quelle stesse notizie sono la fonte delle scelte. L’euristica è la modalità naturale di formazione delle decisioni.

 

| La seconda forma di inautenticità |

Essa è artificiale in quanto si basa su sistemi cognitivi non biologici. E’ infatti un prodotto della capacità tecnica umana volta a incidere sul cognitivo di ciascuno per indirizzarlo verso un sistema-modello universalistico e un impianto etico riconosciuto.

L’uomo è un animale sociale (Aristotele) che vive in rapporto con gli altri individui e con essi è in costante relazione. L’Occidente è nato e si è sviluppato creando dei sistemi astratti  costruiti su “instrumenta” artificiali volti a regolare questa socialità umana al fine di ordinarla e controllarla. Questi modelli metafisico-platonici (nati dopo il fallimento del sistema dei miti dell’antichità) sono incarnati  dalla religione, dai sistemi costituzionali e legislativi, dai modelli etici, scientifici e tecnici.

Philip Zimbardo.

Si tratta, ancora una volta, di forme di “intelligenza artificiale” che, tuttavia, a differenza di quelle soggettive (diverse da individuo ad individuo) debbono essere fondate su regole il più possibile eterne, universalmente valide e condivisibili dal maggior numero di consociati. In concreto trattasi della realizzazione di surrogati collettivi della cognizione dei singoli, formati da “menti estese” che sostituiscono la cognizione degli individui come singoli.

Queste menti estese artificiali sfruttano la consueta tendenza cerebrale a fondare le proprie decisioni su sistemi euristici. Tuttavia, nel caso di specie, come detto, l’euristica deve sostituire la decisione soggettiva con quella sociale e meta-individuale. Tali modelli meta-soggettivi (esterni rispetto al soggetto decidente e tecnici rispetto alla loro rigidità ed al loro determinismo applicativo) intendono favorire l’uniformità decisionale di un’intera collettività di riferimento, depotenziando il singolo cognitivo a favore di “piattaforme” deterministiche capaci di costruire un “logos collettivo”, predeterminato nei suoi caratteri più tipici e nelle sue istruzioni fondanti.

Il sistema legislativo, quello religioso e i princìpi di solidarietà sono i linguaggi archetipici di questa forma di mente estesa. Per comprendere come opera questa euristica, è utile porre l’attenzione sull’esperimento psicologico-cognitivo messo in atto da Philip Zimbardo presso l’Università di Stanford e narrato nel testo “L’Effetto Lucifero”.

L’autore descrive come, ogni uomo, inserito in un modello cognitivo meta-individuale (forte e impositivo) tenda naturalmente a cedere la propria soggettività neurale e cognitiva a favore della “mente estesa” di appartenenza, meta-individuale, artificiale, astratta e universalistica.

E’ del tutto manifesto come questi apparati capaci di assorbire il cognitivo soggettivo rappresentino un’ulteriore forma di inautenticità e limitazione al libero arbitrio dell’individuo.

La mossa platonica di ideare degli statuti comportamentali, eterni, immutabili e dal carattere fortemente etico, tali da assorbire la soggettività decisionale personalistica, sempre a rischio di “anarchismo neurale”, è il movente di fondo della creazione di questa ”prima generazione” di artefatti dell’inautenticità.

Questo riferimento a paradigmi cognitivi meta-individuali si realizza anche in forme meno generalizzate ed universalistiche. E’ il caso delle sottoculture di appartenenza che dettano “leggi”, anche consuetudinarie o di appartenenza culturale, ma comunque in grado di forgiare il cognitivo del singolo. Tipici esempi sono i clan, le consorterie o talune forme di deformazione professionale.

 

| La terza forma di inautenticità |

Anch’essa ha natura artificiale in quanto costruita su apparati esterni alla cognizione biologica e frutto dell’ingegno umano. Nello specifico questi modelli di mente estesa derivano dallo sviluppo esponenziale della tecnica nella contemporaneità. E’ sotto l’occhio di tutti come la vita dei singoli e delle masse sia oramai assoggettata ed etero-determinata da una dimensione inglobante capace di trasformare l’individuo. Questi nuovi apparati tecnici artificiali, diversi rispetto a quelli di “prima generazione”, assiologicamente finalizzati a forme di controllo e determinazione del bene comune (legge, religione, etica, ecc.) hanno portato alla nascita di forme “stravaganti” di mente estesa, addirittura concorrenziali e confliggenti con quelle etiche di “prima generazione”.

La contemporaneità è, infatti, sempre più centrata su “manufatti” (devices) che stanno trasformando l’uomo in un ente assoggettato al desiderio prometeico di una sua replicazione ed esposizione compulsiva (si pensi ai social network) capaci di far perdere all’individuo ogni armonia tra “ciò che può fare” (la potenza intrinsecamente autolimitante) e la possibilità di trasformare detta potenza in atto. La fantasmagoria che ne deriva è quella di forgiare individui del “tutto fare”, privi di limiti etici e modellati come prodotti estetici (senza più etica e dunque limite) proiettati in un neo-mondo dell’individualità più sfrenata.

Tutte queste tre forme di limitazione della libertà di decidere (quella dell’euristica soggettiva, quella dei modelli astratti generali ed etici di controllo dell’individualità e quella della trasformazione dell’uomo da soggetto etico a prodotto estetizzante della propria immagine) determinano altrettante modalità di inautenticità.

  1. La prima è l’inautenticità della presunzione dell’ “io pensante” e presuntivamente capace di decidere, al momento del bisogno, anche al di fuori delle proprie gabbie cognitive;
  2. la seconda è quella del ripiegamento del cognitivo sull’astrattezza del “si deve fare” (Heidegger) con ciò producendo individualità incapaci di produrre decisioni “extra-ordinem”;
  3. la terza rappresenta la mercificazione improduttiva di un cognitivo vanitoso e fondato sull’ “io sono” meramente prometeico, extra-etico ed estetizzante, tipico del soggetto relegato a puro “bardo del nichilismo”.

Il compito della filosofia, in una realtà così complessa e inautentica, è quello di essere la scienza che regola, critica e propone modifiche e variazioni delle strutture artificiali che “comandano” soggettivamente la cognizione dei singoli e della società. Gli uomini, dal canto loro, hanno l’onere etico di seguire il precetto dantesco di “non vivere come bruti ma seguire virtute e cagnoscenza” e ciò per costruire, faticosamente e quotidianamente, l’io etico, seguendo una sorta di “esistenzialismo formativo-neurale” volto a costruire gli utensili cognitivi utili al momento del decidere. Con ciò raccogliendo i precetti etico-biologici di Patricia Churchland racchiusi nella sua opera Neurobiologia della Morale.

Si può affermare, rivoltando l’adagio di Galileo, che non è la natura a essere un ente scritto in lingua matematica ma è, piuttosto, l’uomo a essere un ente cognitivo scritto in lingua matematica (e probabilistica) che intende imporre questo senso “algebrico” alla natura (quella sua propria e quella che lo circonda) per dominarla e non esserne sopraffatto. Questa intenzione “umana troppo umana” di “matematizzare” il mondo, unificando il gusto del bello armonico e dell’ordine etico, ha come sua iconografia classica il concetto di sezione aurea che, da principio geometrico, è divenuta un simbolo della metafisica dell’ordine divino (Leonardo Da Vinci e Pacioli, De Divina Proportione, 1509).

Commenti 1

  1. Il libero arbitrio esisterebbe nel momento in cui si potessero soddisfare in contemporanea due condizioni: un ottimo stato del cervello e nessun condizionamento esterno. Ora, già sull’ottimo stato del cervello si potrebbe discutere all’infinito, in quanto riguarda non meramente la salute mentale, ma le capacità e le nozioni acquisite ad un certo momento dell’esistenza dell’individuo. Chi può dire esattamente ciò che serve per considerare un cervello pronto a prendere delle decisioni in tutta autonomia? E poi ci sono i condizionamenti esterni, sui quali non si può intervenire in alcun modo. Le scelte, nella maggior parte dei casi (se non in tutti) sono se non obbligate, almeno indotte. Il libero arbitrio è una sorta di scusa inventata da chi governa le masse per non dover risolvere certi problemi o per far finta di risolverli. Ad esempio, è molto più facile affermare che un serial killer è un individuo perfettamente in grado di capire ciò che sta facendo e mandarlo nel braccio della morte che accettare l’idea che nel cervello di quella persona una cosa che non dipende dalla sua volontà sta funzionando male. Un serial killer è banalmente una persona malata, ma di una malattia che la società non riconosce.

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