Fake news: dal caso eutanasia alla Corea del Nord, la settimana nera dei media mainstream

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L’Olanda ha autorizzato l’eutanasia sulla diciasettenne Noa? Falso!

A chiarire la ricostruzione dei fatti è stato Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni e promotore del Congresso mondiale per la libertà di ricerca e della campagna Eutanasia legale, su Facebook. La notizia che l’Olanda avesse approvato l’eutanasia a Noa era stata battura dai media ed era diventata virale. L’Olanda, invece, aveva rifiutato l’eutanasia a Noa. Lei ha smesso di bere e mangiare e si è lasciata morire a casa, coi familiari consenzienti.

I media italiani non hanno verificato e hanno diffuso una fake news.

 

| La bufala di Chosun Ilbo sulla Corea del Nord |

Altro caso di bufala, già evidenziato in due precedenti articoli su questo blog: secondo il quotidiano sudcoreano, Chosun Ilbo, l’ex capo dei servizi militari ed ex braccio destro del leader nordcoreano Kim Jong-un sarebbe finito in un’ampia epurazione e inviato in un campo di lavoro a causa del fallimento del secondo summit con gli Usa del 27-28 febbraio, ad Hanoi. Il quotidiano di Seul aveva parlato di purghe e di esecuzioni, attingendo a una fonte anonima. La notizia si è rivelata infondata.

In questo articolo avevo invitato nei giorni scorsi alla cautela, in quanto Chosun Ilbo aveva battuto la notizia facendo riferimento a una fonte “anonima”, ricordando tra l’altro l’elenco di clamorose fake news diffuse dalla stampa occidentale negli ultimi anni (dallo zio di Kim sbranato da 120 cani, al ministro della Difesa ucciso dalla contraerea…).

 

| Anche il massacro di Timosoara partì da una fonte “anonima” |

Anche il massacro di Timisoara, una delle più grandi bufale della storia, nacque e si diffuse sulla base di una fonte anonima.

I primi a diffondere la notizia, nei giorni che precedettero il Natale 1989, mentre nel Paese infervorava la rivoluzione contro il regime di Ceausescu, furono i redattori della MTI, un’agenzia di stampa ungherese, che sostennero di averla appresa da un “viaggiatore cecoslovacco”, del quale non fu mai rivelata l’identità.

A prova di tale tragedia il ritrovamento di fosse comuni all’interno delle quali giacevano, secondo la ricostruzione, migliaia di cadaveri di persone mutilate, torturate e uccise durante il massacro. Si parlò di 4700 morti, almeno 2000 feriti, 13000 condannati a morte. Venne battezzato il “massacro di Timisoara”.

Tali racconti furono presi e rilanciati dai notiziari di tutto il mondo che, nonostante la mancanza di ufficialità, diedero la notizia con titoli drammatici e supportati da immagini impressionanti. Il mondo rimase sconvolto. I reportage dai toni appassionati confezionati dai maggiori giornali internazionali, in pieno periodo natalizio, commossero l’opinione pubblica occidentale.

Immagine delle false fossi comuni.

Qualche tempo dopo si scoprì che le fosse comuni non erano mai esistite, neppure i corpi delle vittime trucidate. Quello che doveva essere uno dei più crudeli genocidi dal dopoguerra in poi si rivelò essere in realtà un clamoroso falso.

Le fosse comuni non esistevano; le immagini dei cadaveri trucidati si riferivano alle salme di 13 persone morte tempo prima, in particolare barboni e ubriachi: erano stati riesumati in tutta fretta dal cimitero dei poveri e dall’istituto medico legale qualche giorno prima della messa in onda del servizio. Si trattava, insomma, di una messinscena, un falso ben confezionato che era divenuto virale e a cui aveva creduto l’opinione pubblica. Gli autori e i mandanti della falsificazione rimangono ancora sconosciuti. Presumibilmente i registi di questa messinscena furono alcuni oppositori o ex collaboratori di Ceausescu.

| I media di massa e la diffusione di fake news |

Le bufale si diffondono perché fanno presa sull’immaginario e perché l’utente medio non approfondisce la notizia, si ferma a leggere solo il titolo e l’anticipazione e corre a condividerla perché, nell’era della post-verità, ciò che legge “risuona” con il suo pensiero e quindi vuole che quanto sta leggendo sia vero.

Sempre più quotidiani mainstream, soprattutto sul web, usano inoltre titoli fuorvianti ed esagerati, persino sfacciatamente falsi, coma acchiappaclick. Perché se da un lato il web è pieno di notizie assurde, dall’altra anche TV, radio e quotidiani prendono sonore cantonate, manipolando l’opinione pubblica attraverso la paura ed emozioni che vadano a colpire l’immaginario e la “pancia” delle persone.

Ai giornalisti in buona fede tocca invece di sbagliare perché hanno sempre meno tempo da dedicare alla verifica delle fonti e quindi è facile che si diffondano delle notizie false. A volte, invece, condividono delle notizie per non “bucarsele”. L’attrazione per il gossip, le insinuazioni, i retroscena piccanti o scabrosi, il morboso fa da sempre presa sull’immaginario e permette il contagio di notizie anche sfacciatamente false. Poi, parte dell’informazione mainstream è volutamente falsificata a monte, e rientra, come spiego in Fake news (Arianna Editrice) nella cosiddetta propaganda.

Prima di inaugurare campagne terroristiche contro l’informazione alternativa bollata come propagatrice di fake news, forse i media di massa che spingono per misure di restrizione del web dovrebbero farsi un esame di coscienza…

 

| Verso un’informazione certificata? |

La sensazione è che la verità dei fatti sia sempre più labile, persino virtuale e illusoria e che quindi i cittadini sempre più confusi e spaesati debbano affidarsi a un organo governativo auto-dichiaratosi affidabile per essere informati nella maniera corretta, diffidando di qualunque informazione “alternativa” venga ad esempio dal web.

L’intento è cioè quello di screditare la verità, spiega Alain de Benoist, presentandola come un “grande racconto” al quale non si può più credere. Tutto diventa “relativo”, virtuale se non fosse che a vigilare sulla “verità” ci sono i governi e i media mainstream. I ricercatori che si pongono al di fuori di questa sfera vengono bollati come inaffidabili e menzogneri, soprattutto se il loro scopo è mostrare un altro “lato” della storia o denunciare ciò che i governi vogliono invece insabbiare.

La polemica sulle fake news ha come obiettivo non di garantire una informazione migliore, ma un’informazione certificata: solo le notizie con il bollino saranno considerate tali. Tutte le altre potranno essere addirittura espulse dal web e con il pretesto delle fake news si potranno oscurare pagine social di pensatori scomodi o di blogger non mainstream, introducendo di fatto la censura.

Noi per primi dobbiamo scrollarci di dosso quella passività con cui ci “beviamo” qualcunque notizia, anche quella più assurda e inverosimile.

Dobbiamo tornare a esercitare il nostro spirito critico e a vigilare sulla verità che, come la libertà, richiede un impegno costante.

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