Gilet gialli: la rivolta che si crede una rivoluzione?

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| La rivolta dei Gilet gialli: la dicotomia popolo-élite |

Da 18 sabati la Francia è percorsa dalla rivolta dei Gilet gialli, un movimento popolare spontaneo indipendente dagli schieramenti e dai partiti che sta monopolizzando i weekend d’Oltralpe con manifestazioni eterogenee.

Non è chiaro se esista una vera leadership, non è chiaro se il movimento sia realmente autonomo, ma quel che è realmente chiaro è che ha riscosso molte simpatie da tutti gli ambienti “alternativi” e “antisistema”, fino a muovere l’interesse del Movimento 5 Stelle in vista della prossime elezioni europee di maggio.

I vari temi urlati nelle manifestazioni, dal no all’aumento della benzina, alla condanna incondizionata verso il Franco CFA, vengono sintetizzati dallo slogan “Macron Dimission” scandito continuamente durante i presidi e i cortei.

Proprio il rifiuto definitivo verso l’enfant prodige delle élite finanziarie, assume delle tinte simboliche che vanno ben oltre le questioni di politica interna, e diventa manifesto della dicotomia popolo-élite che ci viene raccontata da tutti i media mainstream e non.  Infatti alla vista del popolo francese che invade le strade contro il governo, subito vengono fatti richiami alle passate rivoluzioni della storia, a partire proprio da quella del 1789 che cambiò la Francia e il mondo, sdoganando lo scontro di classe. Subito la protesta si estende in Belgio e qualche sparuta emulazione viene cercata altrove, per ora senza successo.

Tale fascinazione però rischia di essere molto pericolosa, e non per le così dette “élite europeiste”, bensì per i movimenti detti “sovranisti” o “antisistema”.

 

| Rivolta che si traveste da rivoluzione? |

La mancanza di un modello chiaro alternativo a quello imperante, e l’assenza di un leader o un gruppo di riferimento che sia sintesi delle variegate istanze, si riflette nell’inconsistenza politica della rivolta francese che pericolosamente si traveste da rivoluzione, ma che tale non è e non sarà mai in assenza di alcuni presupposti.

Il reiterarsi delle proteste senza un reale obiettivo di sintesi, se non chiedere le improbabili dimissioni di Macron in assenza di un sostituto credibile, rischia di sfiancare le istanze legittime di cambiamento che hanno animato inizialmente le proteste, e fa sorgere più di un dubbio riguardo la loro reale indipendenza dalle logiche geopolitiche estere.

 

| Il modello che non c’è |

Ogni rivoluzionario della storia aspirava a essere statista per poter realizzare il proprio modello di stato diverso da quello combattuto:

Lenin aveva un’idea di Russia diversa da quella degli zar,
Mussolini aveva un’idea di Italia diversa da quella liberale,
Mao sapeva cosa voleva per la Cina,
Gandhi per l’India
e Chavez per il Venezuela.
Compresi i padri del “sogno europeo” avevano chiaro cosa volevano realizzare, e il perché.

Che piacciano o meno gli esempi citati, ciascuna avanguardia rivoluzionaria o di cambiamento aveva un modello che aspirava realizzare, e la rivoluzione, violenta o pacifica, rappresentava unicamente la fase di passaggio per poterlo realizzare.

Viceversa ogni rivolta prolungata si illude di essere rivoluzione, ammantandosi di una capacità di incidere sulla scena politica di un Paese che realmente non può avere, perché mancante di un obiettivo di ampio raggio, di progettualità per il futuro, di realismo pragmatico e di senso di responsabilità.

Da qui le escalation di violenza assumono il ruolo di uno sfogo pulsionale distruttivo e autoreferenziale, non organico a un progetto, ma espressione di un malessere che in buona parte può trovare origine nelle manifestazioni stesse e nella disorganizzazione del movimento rivoltoso, più che nelle legittime rimostranze verso un governo| fantoccio e distante dagli interessi nazionali.

 

| Ennesima vittoria del modello globalista? |

Oggi il rischio reale della situazione francese è che la trasversalità delle istanze urlate e l’eterogeneità dei contestatori, da valore aggiunto si trasformino in una sorta di minestrone disorganico funzionale da un lato alle stesse élite combattute e dall’altro a chi nello scacchiere internazionale abbia l’interesse di indebolire l’Europa.

Se Macron dovesse dimettersi e si dovesse tornare alle urne, chi vincerebbe?

La frammentazione espressa dai gilet gialli farebbe auspicare a un’instabilità politica che genererebbe una situazione ancora più favorevole al radicarsi di quelle logiche aberranti tanto care ai tecnocrati di Bruxelles, garantendo ancora un’ennesima vittoria al modello globalista che oggi sembra essere messo in crisi.

 

|Comunità, identità e bene comune |

La parcellizzazione sociale, argomento di accusa mossa contro i movimenti globalisti, si esprime anche nell’incapacità di intendere la politica come azione organica, e si manifesta nell’incapacità di immaginare, creare, “vedere” un modello diverso e alternativo. Le proteste si esauriscono in un rifiuto rispetto al modello vigente, e mancano di un qualsiasi riferimento al bene comune, reale motore di un qualsiasi cambiamento.

L’inadeguatezza nel riuscire a vedere al di là della propria condizione e quindi l’impossibilità di raggiungere una sempre maggiore fetta della popolazione con una proposta concreta, è un sintomo di una malattia nel corpus sociale a cui urge porre rimedio su piani diversi contemporaneamente.

L’urgenza è ricreare una classe politica: formare persone che sappiano pensare e costruire dei modelli di sviluppo per le comunità, i territori e le nazioni di riferimento, imparando a vedere al di là delle urgenze del momento e dei piccoli interessi.

D’altro canto ricreare le comunità partendo dai punti saldi come l’identità, la famiglia, e il rapporto con il sacro, che oggi sembrano messe in crisi da una propaganda interessata, folle e scriteriata.

Nel frattempo, tu che modello ti immagini per il tuo Paese?

 

 

vive e lavora tra Milano e Saronno, dopo aver lavorato presso diversi uffici stampa, oggi è formatore e istruttore professionista in ambito di sicurezza e Krav Maga. Da sempre interessato di storia, letteratura, psicologia, filosofia e politica, dirige con altri le attività dell’associazione culturale Accademia Diciannove

Commenti 1

  1. CITAZIONE: “Nel frattempo, tu che modello ti immagini per il tuo Paese?”
    Nessuno, anzi, quello di sempre, di un paese incapace di autodeterminarsi, del tutto privo del senso del “bene comune”, di un paese sempre dominato dallo straniero.
    Storia docet.

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