I misteri degli Anni di Piombo: la cellula occulta genovese che sostenne le BR

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| Gli insospettabili |

Anche la politica italiana è intrisa di misteri, spesso irrisolti, che hanno condizionato pesantemente la nostra storia e la vita di noi cittadini.

Durante gli Anni di Piombo, per esempio, e precisamente tra l’ottobre e il dicembre del 1978, pare che un folto gruppo di insospettabili professionisti genovesi, tutti presunti fiancheggiatori delle Brigate Rosse, avessero costituito una cellula occulta che avrebbe fornito aiuto logistico e intellettuale al terrorismo rosso. Queste persone, che sarebbero state smascherate e individuate da una squadra speciale di copertura istituita dal questore Pietro De Longis, vennero segnalate al Ministero dell’Interno. Sembrava infatti chiaro, sulla base dei risultati delle indagini di polizia, che il cervello del terrorismo si trovasse proprio nella città della Lanterna.

Ma le cose non andarono secondo il normale iter giudiziario. Tutto lascia credere che, proprio a causa di quella segnalazione, la Questura di Genova sia stata sottoposta ad un’indagine ministeriale e il questore De Longis costretto a dimettersi. I nomi di quei professionisti vennero secretati e nessuno di loro fu mai perseguito per il presunto appoggio prestato alle Brigate Rosse. Ancora oggi, nessuno sa chi siano e la loro storia è ufficialmente sconosciuta.

| Il dossier scomparso |

Ad alzare il velo sul mistero che fino ad oggi avrebbe coperto le attività delle Brigate Rosse è stato l’ex questore Arrigo Molinari (1932-2005), all’epoca dei fatti vice questore vicario della Questura di Genova. Alto, massiccio, con un forte accento meridionale che gli veniva dalla natia Acri, in provincia di Cosenza, Molinari era un poliziotto tanto determinato quanto poco incline ai mille sotterfugi della politica. Prima testimoniò quanto sapeva di fronte alla Commissione Stragi del Parlamento. E le sue dichiarazioni sono ancora oggi agli atti. Poi, visto che gli equilibri politici di fatto impedivano che certe misure venissero prese, ha affidato i suoi ricordi ad una memoria riservata che nel 2003 indirizzò ad un giornalista amico. Per Molinari questo era un comportamento usuale. Conoscendo molti cronisti, sapeva che le sue testimonianze facevano notizia e finivano sui giornali. E così sarebbe stato anche in quell’occasione, se qualcosa non fosse andata storta.

Chiamiamolo mistero, destino o fatalità: fate voi. Fatto sta che quel dossier non venne mai letto e finì dimenticato in un cassetto. Soltanto adesso, casualmente, è venuto alla luce svelando gli incredibili risvolti di un’indagine che, a quanto si legge, pare che sia stata boicottata e costretta al silenzio. Ovviamente, il racconto di Molinari è personale e rispecchia le sue opinioni sia sulle indagini che sugli eventi che lo coinvolsero in quegli anni. I fatti di cui egli parla fanno però parte della testimonianza che rilasciò ufficialmente davanti alla Commissione Stragi. Non si tratta dunque di fantasie a ruota libera, bensì dell’interpretazione soggettiva di fatti precisi da parte di un investigatore esperto e qualificato della polizia di Stato. Del resto, ciò che allora era cronaca oggi possiamo definirla storia.

I burattinai del terrorismo |

C’è da dire che molti studiosi degli Anni di Piombo sono giunti alla conclusione che, per comprendere il periodo del terrorismo, mancano ancora diverse tessere. Il giornalista Andrea Barbato (1934-1996), che aveva seguito molto da vicino la scia di sangue del terrorismo rosso, parlava esplicitamente di “un capitolo mancante”. Aggiungendo che, analizzando l’evolversi del fenomeno brigatista, emerge sempre il sospetto che ci sia “un’invisibile e inspiegabile regia, un progetto guidato da lontano”.

Il giudice Gian Carlo Caselli, invece, nella sua prefazione al libro BR – Imputazione: banda armata del giornalista Vincenzo Tessandori (Baldini Castoldi Dalai Editore) disse senza mezzi termini che “il terrorismo, al di là dei proclami, è un ‘piatto sporco’ in cui molti possono mettere le mani”.

L’opinione generale è dunque che, oltre al discorso sulla manovalanza, ci fosse una “intellighentia” occulta che di fatto guidasse le azioni dei terroristi rossi. Secondo Molinari, questo misterioso centro operativo si trovava a Genova. Vediamo perché. Prima di tutto la fondazione delle Brigate Rosse non avvenne, come recita la storia ufficiale, nell’agosto del 1970 durante un convegno di estremisti di sinistra in località Pecorile, nel comune di Vezzano sul Crostolo, in provincia di Reggio Emilia. La fondazione risale invece ad un anno prima, e cioè nel novembre del 1969 quando nella sala Marchesani, attigua all’albergo Stella Maris di Chiavari (di proprietà della Curia genovese), Renato Curcio mise insieme una settantina di appartenenti al collettivo politico metropolitano con il pretesto di trattare “i temi della presenza cattolica nella società”. Quella relazione, dice Molinari, “si può considerare la carta della fondazione del Partito Armato, i cui concetti essenziali figurano nel testo Lotta Sociale e Organizzazione nella Metropoli”. Per inciso, questa rivelazione scritta nel 2003 da Molinari venne poi ufficializzata nel 2009 dal libro Dalla croce alla stella – Novembre 1969: i fondatori delle Brigate Rosse nei locali della Curia Vescovile, scritto a quattro mani dai giornalisti Maria Vittoria Cascino e Lorenzo Podestà, con la prefazione di don Enzo Mazzi (Bradipolibri Editore srl).

Molinari conosceva bene Curcio fin da ragazzo, in quanto ne aveva frequentato la famiglia quando prestava servizio a Sanremo come commissario di Pubblica Sicurezza. La madre di Curcio, racconta, “gestiva un affittacamere in corso Matteotti ed era orgogliosa del figlio, impegnato negli studi”. E continua: “Renato Curcio volentieri è venuto in Questura a Genova a salutarmi e scherzando gli avevo chiesto se voleva diventare un tupamaros e non un professionista come desiderava la madre, che faceva dei sacrifici materiali per mandare avanti i sette letti che metteva a disposizione degli anziani che volevano trascorrere l’inverno in Riviera. Ci salutammo e non l’ho più incontrato”.

| L’ombra di Senzani |

E veniamo alle indagini.

Tutto partì, spiega sempre Molinari, dai sospetti che si accentrarono sulla enigmatica figura del professor Giovanni Senzani. Secondo l’indagine parlamentare sul terrorismo, mai acquisita dal processo giudiziario, Senzani era “il capo più ambiguo e sanguinario delle Brigate Rosse”.

Toscano, laureato nell’Università di Berkeley, in California, Senzani insegnava nelle università di Firenze e Siena ed era consulente del Ministero di Grazia e Giustizia e del Ministero dell’Interno. Secondo il dossier di Molinari, il primo a fare il suo nome ai poliziotti genovesi fu William Rosati nel settembre del 1978. Rosati era capogruppo della P2 in Liguria, loggia massonica alla quale erano associati anche Molinari e il suo capo De Longis. Rosati disse che Senzani “stava ostacolando la candidatura del professor Luigi Oliva, risultato poi iscritto alla P2, a Preside della Facoltà di Medicina dell’Università di Genova”. La Questura di Genova chiese ragguagli a quella di Firenze per sapere se avessero informazioni su Senzani, ma i colleghi fiorentini, scrive Molinari, risposero che “il professor Senzani non si era mai qualificato politicamente”. Nonostante questo, l’inchiesta genovese su Senzani andò avanti.

Racconta Molinari:

Le indagini portarono alla identificazione di un centinaio di soggetti quasi tutti di Genova, tra cui il cognato di Senzani, professor Fenzi, e molti professionisti insospettabili, tutti ritenuti fiancheggiatori delle BR, per cui veniva predisposto un volume contenente le fiches con tutti i dettagli degli insospettabili.

Ovviamente le indagini erano riservate, per cui nessuno ne sapeva niente. Ma gli interessati, e cioè gli insospettabili che erano finiti nel mirino della Questura, in qualche modo pare che lo venissero a sapere. Cominciò così un nuovo periodo difficilmente classificabile. Infatti, il questore De Longis e i suoi famigliari iniziarono a ricevere telefonate minatorie di sempre più elevato livello.  Si arrivò al punto che, a fine anno, De Longis “rimase blindato in Questura senza mai uscire, anche perché lo stesso era sempre più convinto che era stata imboccata la strada giusta per debellare finalmente le Brigate Rosse a Genova”.

Ma non finì lì.

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Rino di Stefano, giornalista. Nato nel 1949 a Genova, ha studiato Scienze Politiche all'Università di Genova e Giornalismo negli Stati Uniti, dove nel 1977 ha conseguito un college degree. È stato allievo del Salzburg Seminar of American Studies presso lo Schloss Leopoldskron di Salisburgo, in Austria. Dopo aver iniziato la sua carriera nel quotidiano genovese Il Corriere Mercantile, è passato al quotidiano nazionale Il Giornale. È stato, inoltre, titolare della rubrica letteraria Dal Nostro Lettore Speciale. Autore di numerosi saggi e romanzi. L’esordio con ll Caso Zanfretta (Alkaest Editrice, 1984).

Commenti 1

  1. Sono molti i punti oscuri degli anni di piombo. Forse rimarranno per sempre oscuri a molti conviene così. Di certo i capi delle BR non erano degli operai sprovveduti con la sola licenza media o elementare. A monte c’è molto e molto, ma nessuno forse ne saprà mai veramente qualcosa.

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