Il crimine come prodotto pop nel mercato “all you can eat” del vertiginoso

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A prima vista una merce sembra una cosa triviale, ovvia. Dalla sua analisi, risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e capricci teologici. Finchè è valore d’uso non c’è nulla di misterioso in essa… Ma, appena si presenta come merce, il tavolo si trasforma in una cosa sensibilmente sovrasensibile. Non solo sta coi piedi per terra, ma, di fronte a tutte le merci, si mette a testa in giù, e sgomitola dalla sua testa di legno dei grilli molto più mirabili che se cominciasse spontaneamente a ballare”. (K. Marx, Il Capitale).

La grande trasgressione della contemporaneità è il crimine come prodotto low cost della postmodernità; il canto del male e del coltello insanguinato, venduti come narrazione sulla giustizia e sulla sacralità del bene.

Potrebbe apparire incredibile: il crimine, il male, la giustizia criminale e ogni altra forma fenomenologica del rapporto tra “lesione” e “cura” del tessuto sociale violato dal delitto (secondo la dizione “alla Durkheim”) sono divenuti dei prodotti del mercato assoluto e senza limiti del nostro tempo. Delle litografie da riprodurre in serie per trastullare le menti e per raccontare la contemporaneità. Ma anche ciò che sembra più lontano dall’immaginazione istintuale si può rivelare una indubbia verità.

Il “crime”, neologismo dell’esperanto della società dell’immagine, è come la merce di Marx che, trasformando il proprio valore d’uso in valore di scambio (e dunque rendendosi merce) “si mette a testa in giù e comincia a ballare”. Il crime, come genere letterario e sociologico della contemporaneità, sta a testa in giù perché è in grado di ribaltare lo statuto ontologico (classico) della giustizia

Per la tradizione il sacro è l’accertamento giudiziario e l’eresia, cioè l’altro da se, è il crimine. Ma, se questo altro, diviene merce (soppiantando nelle gerarchie assiologiche il bene giustizia) è necessario che, prima di tutto, possa essere dissacrato, così da poterne vendere l’aspetto più appetitoso e vertiginoso (Baudrillard).

L’effetto della mercificazione del crimine e della giustizia è il medesimo analizzato e stigmatizzato per il sacro tradizionale:

“…il risultato è un cristianesimo (rectius, una giustizia) trasformato in prodotto, in un articolo di largo consumo, con tutte le caratteristiche necessarie per conquistare il mercato, cioè divenire appetibile per il grande pubblico” (Sambruna, Il Declino del Sacro).

In questo ribaltamento “a testa in giù” di ogni ambito del sociale, messo in atto dalla violazione del sacro tradizionale, trova la sua linfa vitale quella forma artistico-voyeuristica già declinata come “crime”. Una forma di fumetto e “romanzo criminale” ben diverso dall’ormai “vintage” giustizia mediatica: questa aveva ancora a cuore il processo ed era servente alla condanna, nel rispetto dell’agire sacro tradizionale (il processo).

La giustizia pop risponde solamente all’esigenza di essere scandalistica, vertiginosa e dissacrante. Il processo deve essere gettato alle ortiche perché è un qualcosa di invendibile in quanto non trasformabile in una merce che “sta a testa in giù”. Risiede tutta qui la forza del “crime”: nel saper emozionare. La “questione giustizia” della contemporaneità non è il ragionamento giuridico, tradizionalmente avvitato nel perfezionamento del rapporto tra norma repressiva e norma garantista, ma è la presa di coscienza che la giustizia (quella vera) sia oramai un fardello, un “fare”, che ha perso il suo “sex appeal”, anche quello ingenerato dal più terrificante timore nella sanzione,  con ciò annullando la funzione primaria della giustizia criminale, cioè dire la missione general-preventiva della pena. Un tale salto acrobatico (dalla giustizia alla pop justice ed al crimine come prodotto) non è stato certamente casuale. Il postmoderno ha allargato senza confini le maglie della libertà, dell’immaginifico, del dissacrato, del transgender culturale.

Agli abitanti del mondo postmoderno tutte le esistenze appaiono talmente immerse nella modalità della simulazione (il “simulacrum” di Baudrillard)  da produrre un avvolgente, inebriante e drogante “disagio della pstmodernità” (Bauman). Un disagio che porta alla ricerca affannosa, ossessiva e compulsiva del male come giostra su cui saltare allegramente per soddisfare il bisogno di dosi sempre crescenti e stordenti di vertigine, eventualmente anche da emulare sul teatrino globale dei socialnetwork.

E’ all’interno di questo brodo cognitivo infernale che può operare senza limiti il “crime” come prodotto e nuova forma letteraria di verismo riduzionista. Il male non è più qualcosa da guardare attraverso il buco della serratura, ma un alimento fondamentale per attivare i circuiti neurali del cervello dell’uomo contemporaneo, altrimenti assopiti dall’inutilità della tensione verso il bene, in quanto ente oramai dissacrato (Mazzarello, Il Male Necessario). In quest’ottica la sfida a cui è chiamata la vecchia e consunta giustizia è come ritrovare la propria antica sacralità.

La giustizia esige uno strumento più dirompente e vertiginoso del “male necessario”; in quest’ottica l’intelligenza artificiale, fondata sui canoni giuridici classici, può essere un sistema capace di essere ancora più contemporaneo e dunque appetitoso rispetto al male. Ogni tentativo, per la giustizia, di giocare con gli arnesi oramai arrugginiti del vecchio modello è certamente perdente. Il sacro della legge deve divenire l’alimento dell’algoritmo della nuova divinità giudiziaria.

Luca D’Auria nasce nel 1969 a Milano dove svolge la professione di avvocato penalista. Dopo la laurea collabora con la cattedra di procedura penale e medicina legale, tenendo docenze sull’utilizzo processuale della prova del DNA. Nel 2010 si iscrive al corso di laurea in filosofia della mente presso l’Università Vita-Salute del San Raffaele. E’ stato docente di diritto e procedura penale nel Master di Criminologia dell’Università Vita-Salute. Attualmente è docente di intelligenza artificiale e processo penale nel Master di Criminologia della Business School de Il Sole 24 Ore presso cui è anche docente di diritto penale dell’economia nei Master di…

Commenti 1

  1. Il guaio è che “quando Dio è morto tutto è possibile”… questa è “l Era del Male”, l’epoca in cui il Male assoluto e gratuito avrà sempre più potere sull’uomo e sulla società. Non penso allora, a questo riguardo, che quanto predetto nel misterioso libro dell’Apocalisse di Giovanni(il quarto del Nuovo Testamento)sia, dopotutto così distante da noi nel tempo.

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