Il liberalismo è l’ideologia delle élite

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| La contrapposizione storica tra popolo ed élite |

L’epico scontro sul quale si è incentrato il dibattito politico e culturale in Italia e in Europa negli ultimi anni è la contrapposizione fra popolo ed élite. Seguendo la vulgata, senza saperlo si sarebbe tornati alla dialettica della democrazia ateniese, fra i molti (oi polloi) da un lato, di quel demos sociologicamente inteso come la maggioranza senza o con meno diritti poiché poveri o di media condizione, e i pochi (oi oligoi) dall’altro, quella minoranza di famiglie ricche e potenti che per la loro superiorità economica (e militare, perché potevano permettersi di armarsi) dominavano e spadroneggiavano.

 

| Un esempio su tutti: i trattati internazionali |

Oggi il popolo oppresso sarebbe costituito dalla gran massa di cittadini tagliati fuori da quelle decisioni, se mi si passa la ripetizione, decisive sulla loro stessa vita. Giusto come esempio: nella nostra Repubblica in cui la sovranità dovrebbe appartenere al popolo, i trattati internazionali su cui si fonda quell’Unione Europea che battente Euro ha ingabbiato la sovranità monetaria e finanziaria, sono verboten al principio democratico, non sottoponibili al voto popolare (articolo 75 Costituzione). Ma in generale è lo strapotere del capitalismo globale ad aver non solo affossato il potere popolare negli Stati nazionali, ma ad aver creato feticci mistificatori, come la stessa UE con il suo parlamento-farsa, per far bere all’uomo della strada la storiella di contare ancora abbastanza.

Ciò che resta in mano al cittadino delle cosiddette democrazie occidentali è la possibilità di scegliere gli attori in scena, ma con un copione unico che deve restare quello: l’ossequio al ricatto sui debiti pubblici da parte dei per nulla innocenti mercati internazionali, l’intoccabilità dell’assetto planetario (guai a mettere in discussione la Nato, che ha perso ogni ragione di esistere da un pezzo), la fedeltà acritica ai sedicenti “valori occidentali” (quali sono, esattamente? Essere liberi di comprare l’ultimissima marca di smartphone? O la libertà di parola, purché non si osi fare neanche mezzo appunto su veri e propri tabù come, ad esempio, il mantra della “crescita” eterna), l’equazione folle “vita = consumo” (consumo di tutto, ormai anche dei sentimenti, del tempo grottescamente chiamato libero, della percezione stessa delle cose attraverso l’orwelliana onnipresenza del web).

Chi, anche timidamente, si azzardi a produrre qualche crepa nella cappa di controllo, come ad esempio l’attuale governo italiano, inadeguato e improvvisato finché si vuole ma il meno peggio di tutti i precedenti, viene assediato terroristicamente dal trasversale fronte della Reazione, dei passatisti militanti e incarogniti, degli alfieri del giochino Destra-Sinistra.

 

| Che cosa resta al popolo? |

Il popolo esiste, così come esiste una élite di privilegiati. Ma il primo è composto dalla totalità della cittadinanza, al cui interno c’è ampia diversità di opinioni, senza contare le differenze sociali ed economiche che lo attraversano e lo spaccano fra interessi divergenti. La seconda (chiamata così impropriamente, visto che non ha nulla di spiritualmente e nemmeno di politicamente eletto, è solo oligarchia) è una global upper class di fighetti più o meno sfondati di denaro, o anche solo benestanti o aspiranti tali, che sul piano dello stile di vita, prima ancora che del reddito e patrimonio, vivono in una bolla tutta loro fatta di un mondo edulcorato, pacificato e entusiasticamente plastificato, tanto irreale quanto tragico nelle sue conseguenze − per un felice beota che declama buone intenzioni in un aperitivo a New York, c’è un alienato miserabile in una bidonville africana a Nairobi, che sogna disperatamente di tramutarsi, un giorno, nel primo.

 

| Il liberalismo: l’ideologia dell’oligarchia |

Pressoché scomparsa la “coscienza infelice” che caratterizzava la borghesia otto-novecentesca (tutti i grandi rivoluzionari erano borghesi, mica proletari) a cui fa da contraltare una nausea diffusa da nichilismo applicato (perché cosa si vive, se tutto è precario e niente stabile?), finita la dicotomia marxiana fra le due grandi classi (che semmai adesso sono di più, e in ogni caso l’edonismo straccione del borghese ha vinto su tutta la linea, colonizzando l’intero immaginario), l’ideologia che giustifica il dominio oligarchico è il liberalismo. Di sinistra (i liberal) o destra (i liberisti), fa uguale, almeno rispetto alla sua funzione che è di difendere a sangue il culto del dio denaro, e naturalmente gli interessi dei suoi officianti e beneficianti.

 

| La guerra tra liberali e anti-liberali |

L’altro nome della lotta popolo vs élite (o meglio democrazia contro oligarchia), è questo: guerra tra liberali e anti-liberali. Tra chi confonde la libertà con la caotica licenza dell’individuo sradicato di fare a meno di comunità, doveri e natura (sissignori, proprio natura, intesa in senso ecologico e direi pure sacro, senza per questo ingenuità essenzialiste: il dato biologico s’impasta sempre con il cambiamento storico) e chi, consapevolmente o meno, cerca di ricreare condizioni di vita un po’ più umane, più semplici, più giuste, più naturali, più rispettose di ciò che rende, noi uomini e donne, animali sociali, comunitari. E quindi al contempo splendidamente più fragili delle macchine, degli indici di Borsa, dei mega-apparati industriali, delle esigenze tiranniche di una globalizzazione che ci è palesemente sfuggita di mano. Il liberale obietta che per modificare la società esistente, per rovesciare l’andazzo, si dovrebbe alla fin fine costringere con la forza milioni di persone a cambiare la visione e la pratica di vita. Ma questo è l’argomento classico del conservatore: dichiarare impossibile il possibile perché la Storia, sai che scoperta, prevede il conflitto, a volte cruento quando il malessere si fa più acuto e dirompente.

Il liberale non s’avvede quanto la sua variante di destra, che bada solo al profitto economico, sia complementare e sorella della variante di sinistra, tutta presa dai diritti individuali per rimuovere quelli sociali. Il liberale è il fascista o comunista d’oggi, il primo nemico dell’ideale, nobilissimo, della libertà: libertà di essere ciò che si è, di sviluppare le potenzialità sì del singolo, ma in armonia con chi gli sta attorno, con le proprie radici, magari per distanziarsene, ma mai per negarle o pretendere di abolirle.

Essere liberali, in questo momento storico, è essere reazionari. Essere rivoluzionari, oggi più che mai, significa essere allora contro i liberali.

 

Alessio Mannino, laureato in Scienze della Comunicazione a Padova, giornalista di professione dal 2006 in testate locali o regionali (Vicenza Abc, VicenzaPiù, Nuova Vicenza e oggi Veneto Vox, questi ultimi quotidiani online anche da lui diretti) e nazionali (L'Intellettuale Dissidente, Oltre la Linea). Ha diretto agli esordi il Giornale del Ribelle, l'organo web di Movimento Zero, il movimento culturale-politico fondato da Massimo Fini nel 2005, in cui ha militato fino al 2012, e ha collaborato fin dall'inizio, nel 2008, alla Voce del Ribelle, il mensile cartaceo e poi quotidiano online fondato da Fini e diretto da Valerio Lo Monaco. Ha…

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