Il neoministro Bellanova apre al CETA e agli OGM (a favore delle multinazionali)

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«Dobbiamo lavorare perché si arrivi alla ratifica [del CETA] con l’obiettivo di dare competitività al Sistema Italia […]. Inoltre anche sugli OGM voglio aprire un confronto anche con la parte industriale. Parliamone”.

Si è espressa così ai microfoni di  Radio 24 il neo ministro dell’agricoltura Teresa Bellanova riaprendo un confronto su CETA e OGM, spaccando prematuramente il fronte PD-M5S, essendo i grillini contrari al Trattato.

Con un post su facebook, infatti, il senatore del M5S Mario Michele Giarrusso non ha perso tempo e ha attaccato frontalmente l’esponente del PD, scrivendo:

“Ci risiamo. La battaglia contro il CETA è una battaglia identitaria del Movimento 5 Stelle.

Mi pare che qualcuno non ha capito nulla e vuole fare saltare il governo prima che nasca”.

 

| Di che cosa si tratta? |

CETA significa “Comprehensive Economic and Trade Agreement” ed è un accordo di libero scambio che prevede la soppressione delle barriere tariffarie tra Canada e Unione Europea.

In estrema sintesi, il CETA prevede l’abbattimento dei dazi, la semplificazione degli investimenti e, secondo i suoi sostenitori, la tutela di prodotti agroalimentari, fissando dei parametri di tutela più stringenti.

 

| Perché le associazioni si battono contro il CETA |

Secondo i detrattori, numerosi cittadini e associazioni, invece, il testo rimane troppo complesso, ambiguo e ricco di punti oscuri; esso rischierebbe inoltre di colpire il modello agricolo locale, nonché i diritti dei lavoratori, il sistema sanitario e le norme a protezione dei consumatori e dell’ambiente (https://www.lifegate.it/persone/news/ceta-trattato-parlamento-europeo).

Gli arbitrati, infine, potrebbero “invadere” il potere legislativo dei parlamenti locali tramite l’introduzione dell’ICS che analizzeremo tra poco.

Gaetano Pascale, presidente di Slow Food Italia, interpellato da Luca Lippi per Intelligonews aveva motivato la sua contrarietà spiegando:

«Ancora una volta siamo di fronte a un trattato che intende affermare gli interessi della grande industria, a scapito sia dei cittadini che dei produttori di piccola scala».

Dello stesso avviso Greenpeace Italia:

«I politici europei, soprattutto chi si definisce progressista, dovrebbero porsi come priorità l’interesse pubblico e la giustizia, anziché privilegiare le multinazionali».

Insomma, le finalità sono simili a quelle del TTIP (acronimo del nome in inglese “Transatlantic Trade and Investment Partnership”, si presentava come un accordo commerciale di libero scambio tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, con l’intento dichiarato di abbattere dazi e dogane rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano) di cui parlo in Governo Globale (Arianna Editrice).

 

| I retroscena del TTIP |

Facciamo un passo indietro e andiamo a vedere che cos’è il TTIP, contro il quale si sono opposti in molti: si andava dall’organizzazione internazionale Attac a una rete di associazioni di vari Paesi europei, fino a studiosi, giornalisti e ricercatori indipendenti. Costoro biasimavano l’operazione sostenendo che le trattative avrebbero messo i diritti umani e civili in secondo piano rispetto agli interessi delle grandi multinazionali e dei gruppi finanziari.

Il Trattato avrebbe messo cioè i profitti davanti agli individui. Le lobby e le multinazionali davanti ai cittadini.

I rischi per gli europei sarebbero stati numerosi: farmaci meno affidabili, aumento della dipendenza dal petrolio, perdita di posti di lavoro, assoggettamento degli Stati a un diritto cucito su misura per le multinazionali, l’approvazione “forzata” degli OGM (Organismi Geneticamente Modificati) e dei pesticidi usati negli USA ma illegali da noi, il cambiamento o parziale eliminazione dell’etichettatura dei cibi ecc.

Come se non bastasse, i negoziati erano anche orientati alla privatizzazione dei servizi pubblici (welfare, acqua, elettricità, salute) quindi secondo i critici si sarebbe rischiata la loro scomparsa progressiva.

 

| Una clausola a favore delle multinazionali |

Una delle questioni più controverse del TTIP riguardava inizialmente la clausola ISDS, Investor-State Dispute Settlement.

Essa prevedeva infatti la “salvaguardia degli investimenti” secondo cui ogni Stato che avesse siglato l’accordo si sarebbe impegnato a non creare “ostacoli al libero commercio” attraverso attività legislativa o regolamentare, aprendo la strada a possibili cause legali da parte di aziende straniere che si fossero ritenute danneggiate dalle normative dei singoli Paesi. Così facendo si sarebbe rischiato di ipotecare la legislazione dei Paesi firmatari ai capricci delle multinazionali. Ciò avrebbe potuto portare alla creazione di un mercato interno tra Europa e Stati Uniti in cui le regole e le priorità sarebbero state modellate da organismi tecnici sovranazionali in base alle esigenze delle lobby e dei grandi colossi economici.

Le multinazionali avrebbero quindi potuto “opporsi” alle politiche sanitarie, ambientali, di regolamentazione della finanza attivate nei singoli Paesi reclamando interessi da capogiro davanti a tribunali terzi, qualora la legislazione di quei singoli Paesi avesse ridotto la loro azione e soprattutto i loro profitti.

Ci sono già stati dei precedenti: nel 2012 il gruppo Veolia ha fatto causa all’Egitto perché la nuova legge sul lavoro del governo contravveniva agli impegni presi in un accordo (firmato) per lo smaltimento dei rifiuti; nel 2010 e nel 2011 la Philip Morris ha utilizzato questo meccanismo valendosi contro l’Uruguay e l’Australia per le loro campagne antifumo; nel 2009 il gruppo svedese Vattenfall ha citato in giudizio il governo tedesco chiedendo 1,4 miliardi di euro contro la decisione di abbandonare l’energia nucleare. Egitto, Uruguay, Australia e Germania avevano “ostacolato” con le loro normative gli interessi privati di questi colossi.

 

| CETA, un cavallo di Troia per gli interessi delle multinazionali? |

L’obiettivo dichiarato del CETA è di ridurre la regolamentazione sulle aziende ma per molti ricercatori si tratta di un altro trucco per limitare ancora una volta la sovranità degli Stati, favorire le grandi banche e danneggiare i consumatori.

Il punto più controverso, in modo simile al ISDS è l’introduzione dell’Investment Court System (ICS): una corte arbitrale incaricata di giudicare le eventuali controversie che darebbe alle grandi imprese la facoltà di fare causa ai governi che legiferassero contro i loro interessi.

Le multinazionali potranno cioè chiedere loro i danni per leggi che comportano un’indebita discriminazione, contraria alle regole dell’accordo. Gli Stati però non potranno fare altrettanto…
Come ha fatto notare Nick Dearden su «The Guardian», se un governo europeo decidesse, ad esempio, di bandire una sostanza chimica potenzialmente cancerogena, un’azienda canadese potrebbe fargli causa in un tribunale speciale perché le verrebbe impedito di fare profitti.
Insomma, una volta bocciato il TTIP, il CETA si presenta come una sorta di escamotage per le aziende americane: 41 mila su 47 mila hanno una succursale in Canada, e con questo trattato potrebbero avviare azioni legali contro i governi europei che vanno contro i loro interessi.
Molte corporation americane, tra le quali Walmart, Chevron, Coca Cola e Monsanto, hanno, inoltre, società controllate canadesi, e quindi il CETA potrebbe permettere loro di operare nei mercati dell’UE in condizioni più favorevoli rispetto anche alle nostre imprese pure in assenza del TTIP.

Si tratta, forse, dell’ennesimo cavallo di Troia? Un’ipotesi che, dati i precedenti, non appare così immotivata…

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