Il ritorno di Majorana: quando si riaprì l’inchiesta sulla misteriosa scomparsa dello scienziato

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| Nuove indagini |

Dopo 73 anni la Procura di Roma
riapre l’inchiesta sulla scomparsa del grande scienziato siciliano:
quale misterioso evento ha motivato le nuove indagini?
L’enigma dell’energia da positroni e gli interrogativi sul caso Pelizza

Che cosa si nasconde dietro la riapertura delle indagini sulla scomparsa del fisico trentunenne Ettore Majorana (1938), ordinario di Fisica teorica all’Università di Napoli, a 73 anni da quel fatidico giorno in cui lo scienziato fece perdere le sue tracce? A porsi questa domanda sono in tanti, anche perché non succede tutti i giorni che la Procura di Roma prenda una decisione di questo genere, senza spiegare quale nuovo avvenimento sia accaduto per giustificare un atto di questa portata.

Non c’è dubbio che la misteriosa scomparsa di Majorana sia uno degli enigmi di maggiore interesse nel mondo scientifico mondiale. Decine di libri sono stati scritti sul fisico catanese, una delle menti più brillanti mai prodotte dall’umanità, che il 27 marzo 1938 decise di sparire per sempre non appena mise piede a terra nel porto di Napoli, scendendo dal traghetto Palermo-Napoli. Da quel momento di lui non si seppe più nulla. E il mistero resta insoluto fino ai giorni nostri.

Adesso, però, il procuratore aggiunto di Roma, Pierfilippo Laviani, ha deciso che è venuto il momento di saperne di più. E per far vedere che non sta scherzando, ha affidato al colonnello dei carabinieri Bruno Bellini, comandante del nucleo investigativo della capitale, l’arduo compito di ripercorrere la vita dello scienziato per arrivare a scrivere l’ultima pagina, quella ancora sconosciuta, della sua biografia.

Ma la squadra del colonnello Bellini non è una squadra qualunque. Si tratta, infatti, di un gruppo altamente specializzato di investigatori della sezione Omicidi. Gli stessi, per intenderci, che a vent’anni dai fatti hanno risolto brillantemente il giallo dell’assassinio della contessa Alberica Filo della Torre, attribuendone la morte all’ex domestico filippino Winston Manuel Reves. In particolare, di questo nucleo investigativo fanno parte sei marescialli, dai 30 ai 50 anni, considerati tra i migliori investigatori a livello nazionale. E saranno proprio loro a dover ricostruire tutto ciò che si nasconde dietro la scomparsa di Majorana, cercando una volta per tutte di risolvere l’intricatissima matassa. Va da sé che, se ci dovessero riuscire, la squadra del colonnello Bellini diventerebbe famosa in tutto il mondo.

| Una vita da scienziato |

Ma vediamo, in sintesi, chi era Ettore Majorana.

Nato il 5 agosto 1906 a Catania, era quarto di cinque fratelli e apparteneva a una famiglia facoltosa, ben nota per l’alto livello di intelligenza dei suoi membri. I suoi fratelli si affermarono tutti nella giurisprudenza, nell’ingegneria e nella musica. Il nonno Salvatore era stato ministro; il padre Fabio era un fisico; lo zio Giuseppe giurista, economista e deputato; lo zio Angelo uno statista; lo zio Quirino, il preferito di Ettore, era un noto scienziato nel campo della fisica sperimentale; lo zio Dante fu giurista e rettore dell’Università di Catania.

Ettore, però, aveva il cervello migliore di tutti.

Prima di tutto poteva essere definito, prendendo in prestito un termine dei giorni nostri, un “computer umano”. Era in grado di fare calcoli complicatissimi a mente, in pochi secondi. Famoso fu il suo primo incontro-scontro con Enrico Fermi, allora titolare della cattedra di Fisica teorica all’Università di Roma, dovuto ad un calcolo che Fermi fece alla lavagna, aiutandosi con un regolo, e Majorana a mente. In ogni modo, il giovane Majorana lasciò la facoltà di ingegneria, dove era iscritto, per passare a quella di Fisica, dove si laureò nel 1930. Già un anno dopo il nome di Majorana era noto in campo internazionale. L’ambasciata sovietica a Roma gli propone di trasferirsi a Mosca per dirigere l’Istituto Superiore di Fisica. E altri inviti gli vengono anche dalle università di Yale e di Cambridge, nonché dalla prestigiosa Carnegie Foundation.

| I ragazzi di via Panisperna |

Ma lui neanche risponde e resta a Roma, frequentando di tanto in tanto l’Istituto di Fisica di via Panisperna, dal quale usciranno i migliori scienziati dell’epoca, tutti suoi compagni di corso, quali Edoardo Amaldi, Emilio Segrè, Franco Rasetti, Oscar D’Agostino e Bruno Pontecorvo. Fermi, comprendendo l’altissimo valore di Majorana (lo paragonerà a Galileo e Newton), cercherà di convincerlo a partecipare al concorso per professore universitario di Fisica, ma l’altro non lo sta neppure a sentire. Per cui, alla fine, Fermi fece in modo che l’amico fosse nominato titolare della cattedra di Fisica all’Università di Napoli per “meriti eccezionali”.

Da notare, però, che dal 1932 al 1936 Majorana non aveva più frequentato l’Istituto di via Panisperna. Solo ed isolato, sempre immerso nei suoi pensieri, un giorno scrisse al fratello Luciano confidandogli:

“All’Istituto nessuno capisce nulla. Le mie teorie le possono comprendere solo quattro persone: Bohr, Heisenberg, Dirac e Anderson…”.

Comunque, incomprensioni a parte, neanche l’insegnamento a Napoli sembrava soddisfarlo. Arriviamo così alla mattina del 28 marzo 1938 quando, sbarcando dal traghetto Palermo-Napoli, si avvia verso i vicoli della città vecchia scomparendo nel nulla. Inutili, tra l’altro, le indagini della polizia, autorizzate da Mussolini in persona.

| Le ipotesi su una sparizione misteriosa |

Ma che cosa si potrebbe nascondere dietro la decisione di Majorana di sparire per sempre?

Su questo enigma, sono state fatte numerose ipotesi.

Nel “Dito di Dio”, si legge che Majorana nel 1938 si sarebbe rifugiato
in un convento della Campania dove negli anni settanta
avrebbe progettato la macchina in grado di annichilire la materia,
senza provocare radiazioni

Secondo il professor Erasmo Recami, docente di Fisica e Struttura della Materia presso l’Università Statale di Bergamo, biografo ufficiale di Majorana e autore del documentatissimo libro Il caso Majorana, le tracce dello scienziato scomparso portano a due diverse congetture:

• la pista argentina, cioè l’eventuale presenza di Majorana in Sud America per un certo periodo di tempo,

• e l’ingresso in un monastero del sud Italia, dove sarebbe vissuto fino alla fine dei suoi giorni.

Recentemente la pista sudamericana è stata riproposta da “la Repubblica” e dal “Corriere della Sera”, che l’hanno portata a giustificazione dell’apertura dell’inchiesta da parte della Procura di Roma.

Ma, nonostante gli accertamenti eseguiti su una foto in cui alcuni ritengono di riconoscere un Majorana in là negli anni, di certo non c’è assolutamente nulla.

| Il convento, il monaco, l’energia nucleare |

Di sicuro, invece, c’è che Majorana, pochi giorni prima della scomparsa, si era presentato al Convento di S. Pasquale di Portici per essere ammesso in quell’ordine religioso. Ma la sua richiesta non venne accolta. È quindi molto probabile che riprovò in altri conventi. Un dubbio viene, ad esempio, da quanto l’abate di un convento di clausura dichiarò alla madre di Majorana, che lo cercava in ogni dove:

Ma perché lo cerca, signora? L’importante è che suo figlio sia felice.

Per inciso, la madre del fisico si rivolse anche a Papa Pio XII in persona per sapere se il figlio si era davvero nascosto in un convento, ma non ebbe mai risposta. Da quel giorno, però, la donna non portò più il lutto per il figlio scomparso.

L’ipotesi del ritiro in convento è stata sposata anche da Leonardo Sciascia nel suo libro La scomparsa di Majorana, dove, però, non rivela il nome della struttura che avrebbe accolto lo scienziato. Più preciso è invece il giornalista Sharo Gambino che, nel suo volume L’atomica e il chiostro, afferma di aver saputo dal frate Francesco Misasi che nella Certosa di Serra San Bruno, in Calabria:

Vi era un monaco capace di risolvere in un attimo i calcoli più complicati.

Persino Papa Wojtyla, durante una sua visita a Serra San Bruno nel 1984, ricordò che il monastero “aveva dato ospitalità al grande scienziato Ettore Majorana”. Quelle notizie disturbarono parecchio i frati della Certosa, che nel libro Serra San Bruno e la Certosa di Ceravolo-Luciani-Pisani bollarono come “falsità” questa teoria, smentendo persino il Papa.

Se, in effetti, Majorana avesse deciso di trascorrere il resto della sua esistenza tra le sicure mura di un convento, ci sarebbe da domandarsi che cosa lo avesse indotto a prendere una drastica decisione come quella.

C’è chi dice che fosse arrivato prima di Fermi alla scoperta dell’energia nucleare e che, quindi, per non rivelare nulla, avesse deciso di nascondersi. Ma una simile spiegazione non sta in piedi, tanto più che la bomba nucleare venne comunque realizzata e poi drammaticamente utilizzata a Hiroshima e Nagasaki, con buona pace di Majorana.

Allora, perché scomparire?

Archivio di Rino di Stefano | Venerdì 17 Giugno 2011 | Continua a leggere l’articolo sul sito dell’autore…

 

© Foto: E. Recami, M. Majorana.

Rino di Stefano, giornalista. Nato nel 1949 a Genova, ha studiato Scienze Politiche all'Università di Genova e Giornalismo negli Stati Uniti, dove nel 1977 ha conseguito un college degree. È stato allievo del Salzburg Seminar of American Studies presso lo Schloss Leopoldskron di Salisburgo, in Austria. Dopo aver iniziato la sua carriera nel quotidiano genovese Il Corriere Mercantile, è passato al quotidiano nazionale Il Giornale. È stato, inoltre, titolare della rubrica letteraria Dal Nostro Lettore Speciale. Autore di numerosi saggi e romanzi. L’esordio con ll Caso Zanfretta (Alkaest Editrice, 1984).

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