“Joker”: l’ombra che è in noi. La parabola di Athur Fleck, da vittima sacrificale a carnefice redento

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“Per tutta la vita non ho mai saputo se esistevo veramente… ma esisto e le persone iniziano a notarlo…”. (Arthur Fleck alias Joker in “Joker”)

“Io pensavo che la mia vita fosse una tragedia, ma ora capisco che è una cazzo di commedia”. (Arthur Fleck alias Joker in “Joker”)

La locandina del film.

Un senso di sottile inquietudine mi pervade alla fine della visione di questo attesissimo film, vincitore del Leone d’Oro all’ultimo Festival del Cinema di Venezia e probabile mattatore della prossima notte degli Oscar ad Hollywood. Il regista Todd Philips, grazie all’interpretazione magistrale di Joaquin Phoenix, uno dei migliori attori presenti attualmente sulla scena internazionale per la sua straordinaria versatilità, disegna uno scenario cupo, asfittico, in cui regnano incontrastati l’ingiustizia e il sopruso del più forte nei confronti del più debole, sia nel caso in cui quest’ultimo si manifesti come precario o disoccupato, sia nel caso in cui appaia nelle vesti di malato mentale. In entrambi i casi il “povero mentecatto” di turno viene vessato e marginalizzato dalla società come scarto, rifiuto umano da rimuovere dalla vista e consegnare nelle mani della “normalizzazione istituzionalizzata”, attraverso gli spersonalizzanti uffici e le asettiche strutture dei servizi sociali e delle cliniche psichiatriche.

Arthur Fleck, prima di diventare il “Joker agente del caos” che conosciamo tutti come principale antagonista di Batman, è proprio uno dei tanti emarginati sociali, perennemente alienato e depresso, che cerca di sopravvivere nei bassifondi di Gotham City, con l’ulteriore aggravante di vivere sotto lo stesso tetto insieme ad una madre psicologicamente disturbata, che Arthur tenta amorevolmente di accudire, la quale però ha influito pesantemente sulla personalità border-line del figlio sin dall’infanzia, e che ha presumibilmente contribuito a provocare in quest’ultimo delle incontrollabili, isteriche e sinistre esplosioni di risata che turbano profondamente tutti coloro che le odono. Eppure, nonostante la sua disperata situazione familiare e sociale, Arthur si presenta inizialmente come una persona mite, speranzosa di migliorare il suo status grazie alla tenace aspirazione di diventare un celebre comico, che sebbene si debba accontentare di piccoli lavoretti sottopagati come clown di strada, mantiene la piena fiducia di realizzare il suo sogno e di finire in tv, nel seguitissimo show condotto dal suo idolo Murray Franklin (interpretato da Robert de Niro).

Il punto di svolta, o meglio di rottura, nello svolgimento della trama del film è rappresentato da due episodi fondamentali: il primo ha a che fare con la reazione violenta di Arthur in seguito all’ennesima umiliante vessazione da parte dell’ancor più violenta realtà esterna, che in questo caso assume le forme di tre giovani broker arrembanti, uccisi a colpi di pistola dalla furia del nostro; il secondo riguarda la devastante scoperta, grazie alla lettura della scheda psichiatrica della madre, trafugata dagli archivi del manicomio criminale “Arkham Asylum”, del suo essere figlio adottivo brutalizzato sin da piccolo dalle quotidiane violenze da parte sia della madre che del suo convivente.

La misura è colma. Violenza chiama violenza. La pentola a pressione ormai è esplosa, la sete di revenge non può più essere contenuta. La perfetta logica meccanica delle tessere allineate di un domino infernale scivola inesorabilmente verso la totale incontrollabilità del Caos. La Vittima calpestata da un sistema profondamente malato a tutti i livelli si trasforma in spietato Carnefice. E in seguito, grazie ai ben noti princìpi psicologici dell’identificazione e dell’emulazione, il Carnefice viene osannato dalla folla come il Salvatore, colui che potrà redimerli dagli abissi dell’indifferenza e dell’indistinzione sociali. E così, nell’accelerazione finale delle ultime scene, assistiamo prima all’uccisione della madre e in seguito di quella del presentatore Franklin in diretta tv, di fronte a milioni di telespettatori: ecco completata la mutazione dell’escluso, alienato, sofferente, mite, a tratti persino tenero, Arthur, nel feroce, spietato, psicopatico, violento criminale Joker.

Joker ne Il Cavalerie oscuro di Nolan, interpretato da Heath Ledger.

Troppo facile però a questo punto affermare che “Joker” di Phillips rappresenterebbe l’apologia, potenzialmente pericolosa, di un anti-eroe violento e nichilistico. Cerchiamo di andare oltre i facili dualismi che finiscono per separare rigidamente e ingenuamente il “Bene” dal “Male”. In maniera altrettanto complessa, da un punto di vista psicologico, già Christopher Nolan, nella trilogia del “Cavaliere Oscuro”, ci aveva mostrato un Batman non soltanto nelle vesti di eroe puro e senza macchia, ma anche nei panni di un uomo scisso e contrastato con pesanti ombre nel suo passato. Questa raffinatezza di indagine interiore, accompagnata dalla volontà di affondare anima e corpo negli abissi della psiche umana, in particolare nella disperazione esistenziale che può attanagliare la nostra anima, la ritroviamo in questo film capolavoro che farà a lungo parlare di sé e che, a differenza delle precedenti produzioni legate alle cosiddette origin stories riguardanti i protagonisti dei fumetti, non ha alcun bisogno di mirabolanti effetti speciali per tenere viva l’attenzione, poiché riesce efficacemente ad “umanizzare il mostro”, mostrandocelo nella sua scarnificante e banale quotidiana presenza, e in questo modo colpendoci come un pugno allo stomaco che ci costringe a risvegliarci improvvisamente dal tepore delle nostre apatiche e illusorie comfort zones.

Gotham City non è una città fantastica di un mondo irreale: essa si disvela come una delle tante nostre città dove impera la totale indifferenza nei confronti dei nostri simili, dove regna il degrado, l’incuranza, il cinismo e la violenza.

Arthur alias “Joker” cessa di essere semplicemente un innocuo personaggio fumettistico: egli dona forma e plasticità ai sempre più numerosi “invisibili” che affollano le nostre reiette periferie e non solo, perché se ci fermiamo un attimo a guardarci dentro, lo possiamo ritrovare come la nostra onnipresente e inconfessabile ombra interiore, pronta a prendere il sopravvento e a divorarci, pronta ad ucciderci nello stesso momento in cui finalmente riesce a strapparci un sorriso, il quale non ha nulla di celestiale, ma è il ghigno di chi non può più fingere di fronte al baratro.

Arthur/Joker, che finisce per diventare l’Eroe del Risentimento, della Rivalsa e della Rivolta verso l’Establishment, è il frutto fuori controllo di una società che ha preteso di fare dell’ordine e del controllo i suoi marchi di fabbrica e proprio per questo sta provocando l’inceppamento graduale e progressivo del suo meccanismo apparentemente così ben oliato, producendo sempre più “difetti di fabbrica”, i quali contribuiranno a determinare la sua violenta implosione. Come intuiva l’antica saggezza greca, guai al Cosmo che si illude di poter rifiutare e rimuovere il Caos dal quale esso stesso è emerso, poiché esso finirà inevitabilmente per auto-distruggersi.

Ecco il vero motivo per cui questo film, che ha già diviso nettamente l’opinione pubblica, incute così tanta paura, tanto da aver indotto le autorità statunitensi a vietarlo ai minori di 17 anni, tanto da aver deciso di dispiegare ingenti forze di polizia per il suo debutto al cinema, tanto da aver persino vietato di indossare maschere e costumi “alla joker”.

Questa specie di psicosi collettiva nei confronti di un “semplice film” la dice lunga sulle sempre più evidenti fragilità di un sistema socio-economico incapace di riconoscere e accogliere il “Joker” che si annida al fondo della sua cattiva coscienza. L’esito prevedibile allora non potrà che essere l’esplosione incontrollabile del Caos celebrata da Arthur verso la conclusione del film con la seguente domanda tra il retorico e il provocatorio: “Guarda, non è bellissimo?”.

Loris Falconi nasce a Rimini nel 1981. Laureato in Filosofia - indirizzo psicologico - si specializza come Counselor Filosofico. A partire dal 2008 inizia a dare vita ad una serie di eventi culturali, in collaborazione con enti pubblici e privati, tra cui “Caffè Filosofici”, “Miti sotto le Stelle”,  “Escursioni Filosofiche”, “La Via del Mito”. Nel 2013 consegue il diploma di Ipnologo/Ipnotista, iniziando così ad esercitare la libera professione in vari studi associati. Nel 2017 fonda a Rimini l’Associazione Culturale “Dispaccio Filosofico” di cui è presidente. Dal 2018 è socio e docente di “Pragma. Società Professionisti Pratiche Filosofiche” di Milano. Tiene…

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