Kurt Cobain: 25 anni fa moriva l’angelo sofferente del grunge lasciando dietro di sé una scia di mistero

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Sono passati 25 anni dalla scomparsa dell’angelo biondo della musica, Kurt Cobain, a cui dedicavo un intero e lungo capitolo finale nel secondo volume della mia trilogia  Le origini occulte della musica. Dai Queen a Marlyn Manson (Uno Editori)

Ed è come omaggio all’angelo biondo e sofferente del grunge e ai misteri che avvolgono ancora la sua morte che condivido quanto segue.

 

| Boddha, l’amico immaginario |

Immaginate di nascere e crescere ad Aberdeen, non l’ominima città scozzese, ma un paesino sperduto nella contea di Grays Harbor nello Stato di Washington: poco più di ventimila abitanti quasi tutti boscaioli, dediti alle tipiche attività di una qualunque cittadina rurale americana. Uno di quei posti da cui è meglio scappare finchè si è in tempo se non si vuole finire frustrati e alcolizzati.

La vostra vita scorre tranquilla grazie all’affetto dei genitori e degli zii finché i vostri genitori non si separano. E il mondo vi crolla addosso. Come se non bastasse finire tritati in mezzo alle questioni degli adulti – che non riuscite nemmeno a comprendere – vi viene diagnostica la sindrome da iperattività (ADHD) e voi finite imbottiti di Ritalin.

Prima andate a vivere con la mamma che si fidanza con un uomo che ama massacrare di botte voi e vostra madre. Poi come un pacco postale venite spedito a vivere con vostro padre che, dopo essersi risposato, diventa freddo e inflessibile con voi. All’improvviso non esistete, siete invisibile.

A scuola non va meglio: venite presi di mira dai bulli e schivato dagli altri bambini.

In questo panorama a dir poco desolante, avete un unico amico, Boddha, che vi segue passo a passo in tutto quello che fate, che non vi giudica, che condivide i vostri segreti e i vostri sogni.

Boddha sostiene il vostro obiettivo di divenire una rockstar.

Boddha sa che ce la farete: non sa come, non sa quando, ma ripone grande fiducia in voi.

Boddha, però, non è come tutti gli altri bambini. Non è neppure come voi.

Boddha è un amico immaginario. Ma a voi non importa: è l’unico amico che avete e il vostro rapporto è unico…magico.

A Boddha non importa se siete destinato a una carriera fulminea, al successo, alla vostra immagine stampata su cappellini o T-shirt; vi ha conosciuto quando eravate uno scricciolo biondo deriso dai compagni. Lui vi ama per quello che siete realmente, dietro la maschera della star, del re del Grunge.

Per lui siete Kurt. Kurt Cobain, e questo basta.

 

***

 

Le cronache tramandano che il vostro ultimo pensiero sia andato proprio a lui. A Frances, Courtney e a Boddha, al quale avete dedicato una lettera d’addio.

Ma non tutti concordano su questa versione dei fatti.

In effetti non avete scritto un vero e proprio addio. È decisamente inconsueto per un uomo deciso a spararsi alla testa con un fucile dedicare i suoi ultimi pensieri a un amico immaginario.

Inconsueto per quel branco di idioti, i fan, i giornalisti, gli sciacalli che hanno piantonato la vostra casa per cannibalizzare la tragedia! – direte voi. Però, decisamente inconsueto.

Lasciarci tutti con una lettera scarna, che modi! Sembra più un commiato ai fan, un addio al mondo della musica che a quel teatro che chiamiamo vita. E poi quando mai si è assistito a un aspirante suicida che cita Freddie Mercury nella sua ultima missiva?

E poi perché dedicare la lettera a Boddha, se di una cosa le cronache sono assolutamente certe: il vostro più caro e vecchio amico è stato con voi fino all’ultimo.

C’era quando gli spasmi allo stomaco erano così atroci da farvi mancare il respiro. Quando l’idea della morte vi pareva un sollievo. Quando gli oppiacei prima e l’eroina poi erano gli unici mezzi per allievare il vostro dolore. Lui c’era, sempre.

Comunque siano andate le cose, Boddha non vi mai ha abbandonato.

 

 

| L’innocenza infranta |

«Spero di morire prima di trasformarmi in Pete Townshend»,

scriveva Kurt nei suoi Diari. Non sapeva, non si rendeva conto che il suo nome, la sua musica gli sarebbe sopravvissuta con una forza che non avrebbe potuto immaginare.

Cobain era un uomo contraddittorio ricco di sfumature, dolce e sensibile ma con la passione per le armi, con una personalità infantile irrisolta e la passione per il sarcasmo e i paradossi

«Kurt era innanzitutto una contraddizione vivente. Sosteneva di desiderare l’ombra rassicurante dell’anonimato ma perseverava in atteggiamenti egocentrici. Provava disgusto per se stesso, ma riempiva i diari di dettagli corporali al limite del raccapricciante, perso in una sorta di morboso compiacimento».

Il suo (presunto) suicidio venne così spiegato (riduttivamente) dalla stampa come l’atto doloroso di un uomo fragile e contraddittorio che aveva smesso di combatere, che non era riuscito ad accettare

 

«che la vita richiedesse il rischio quotidiano di uscire dal torpore dell’utero per affrontare le insidie dell’ignoto. Era atavicamente troppo doloroso per lui. Per tale ragione la gaiezza innocente di Frances invece di rassicurarlo lo devatsava: i suoi sorrisi candidi colmi di fiducia nel futuro non facevano altro che condensare in lui il preludio al disincanto e al tradimento della natura matrigna. Così decise di andarsene».

 

 

| La morte |

Da queste descrizioni sembrerebbe di poter ravvisare una linea comune tra star del calibro di Michael Jackson, Kurt Cobain e Marilyn Manson: l’innocenza perduta o drammaticamente infranta e il tentativo doloroso di rimanere attaccati a quel ricordo, poi declinato in forme artistiche diverse.

Sono i primi giorni di aprile del 1994, quando Cobain si toglie la vita. Lascia una lettera, una moglie, una figlia, due compagni di band e una schiera di fan che adorano le sue canzoni. Courtney Love disse che il disco che ritrovò sul piatto, l’ultimo ascoltato da Kurt Cobain, era Automatic for the people dei Rem.

Nella lettera d’addio Kurt scrisse ai fan e alla famiglia. Ai primi dice

 

«non posso più imbrogliarvi, non sento più l’effetto dell’urlo della folla, non è come era per Freddie Mercury, a lui la folla lo inebriava, ne ritraeva energia e io l’ho sempre invidiato per questo».

 

Ora, se c’è una band più lontana dal mondo da cui provenivano i Nirvana (quello del rock indipendente, del suono sporco, di un certo nichilismo), ecco sono i Queen.

 

Una delle questioni che evidentemente mandava in tilt Kurt Cobain era il solco tra il voler essere una rockstar di successo, volontà di cui si trova traccia nei suoi diari e nelle interviste, e l’esserlo diventato.

 

 

| Il ricovero a Roma |

Foto del ricovero in ambulanza di Kurt Cobain a Roma. Lo scatto “rubato” destò scalpore perché ritrae Courtney Love che aveva avuto il tempo di truccarsi.

L’ultima performance dei Nirvana in uno studio televisivo andò in scena su Raitre, a «Tunnel», il programma condotto da Serena Dandini registrato a Roma.

Dopo «Tunnel», i Nirvana suonarono a Milano, in Slovenia e a Berlino; ma prima di tornare negli Stati Uniti, Kurt Cobain si concesse qualche giorno a Roma con sua moglie. Cobain era rimasto colpito da Roma tutte le volte in cui ci era stato, il che è sorprendente almeno quanto la citazione di Freddie Mercury nella lettera d’addio. Ma le cose girarono velocemente verso il peggio.

Nella notte tra il 3 e il 4 marzo finisce in ospedale, all’Umberto I, per un avvelenamento da farmaci e alcol. Roipnol, morfina, ipnotici, champagne. Salvato grazie a un cocktail di farmaci, fu trasferito la mattina seguente all’American Hospital. Qui rimase in coma farmacologico per tutta la notte, ma dopo qualche giorno si riprese. Courtney Love dichiarò in seguito che l’incidente era stato un primo tentativo di suicidio del marito.

 

 

 

| Il ritorno negli USA |

Tornato negli Stati Uniti, Cobain diventò sempre più un eremita, spendendo sempre più tempo da solo per drogarsi.

Il 18 marzo, Courtney telefonò alla polizia temendo il suicidio del marito, che si era chiuso a chiave in una stanza armato di una pistola. Al suo arrivo, la polizia confiscò alcune armi da fuoco e una bottiglia di pillole appartenenti a Cobain, di cui tuttavia negò di essere il padrone assicurando di non aver tentato il suicidio, ma di aver semplicemente cercato di fuggire dalla moglie durante una violenta lite domestica.

 

 

| Finalmente i dolori allo stomaco iniziano a dargli tregua |

Kurt Cobain.

Lo stesso mese, Cobain accettò di sottoporsi a un programma di disintossicazione. Un medico aveva finalmente scoperto la causa del suo dolore allo stomaco – una forma di scoliosi diagnosticata da piccolo ma mai curata – e la rockstar stava fisicamente meglio: doveva solo ripulirsi dalla droga che aveva usato per così tanti anni per allievare la sofferenza.

 

Cobain ne parlò in un’intervista a David Fricke: il leader dei Nirvana era al settimo cielo per essere finalmente riuscito a vincere il male oscuro che lo attanagliava. Non aveva, dunque, più motivi per pensare al suicidio.

 

 

| La fuga dall’ospedale |

Il 30 marzo, Cobain arrivò all’Exodus Medical Center di Los Angeles. Nel pomeriggio del 1º aprile, una delle tate di Frances Bean la portò per l’ultima volta da lui per un incontro di un’ora. Quella notte, Cobain uscì dall’edificio per fumare una sigaretta, scavalcò un muro alto due metri, prese un taxi e si fece portare all’aeroporto, dove prese un aereo per Seattle. La mattina seguente, si fermò a casa sua e parlò con Michael “Cali” DeWitt, che in quel periodo risiedeva lì con la compagna. Ufficialmente non rivelò a Courtney – che nei giorni successivi avrebbe cercato il marito – che Kurt si trovava lì.

Cobain fu intravisto da parecchi nel circuito di Seattle, ma molti dei suoi conoscenti ignoravano pardossalmente dove si trovasse.

Il 3 aprile, Courtney Love contattò un investigatore privato, Tom Grant, e lo incaricò di ritrovare il marito. Il giorno seguente diffuse un comunicato per la scomparsa di Cobain sotto il nome della madre del cantante in modo che la stampa se ne occupasse.

 

 

| Il ritrovamento del corpo |

La mattina dell’8 aprile 1994, il corpo di Cobain fu trovato da Gary Smith, un elettricista della Veca Electric, nella serra presso il garage nella sua casa sul Lago Washington. Smith vi era giunto per installare l’illuminazione di sicurezza e aveva visto il corpo steso all’interno. Ad esclusione del poco sangue proveniente dall’orecchio di Cobain, Smith disse di non aver rinvenuto segni visibili di particolari traumi; semplicemente, pensava fosse addormentato.

Un fucile a pompa modello Remington M-11 calibro 20, comprato da Dylan Carlson (frontman degli Earth e amico di quest’ultimo) per conto di Cobain, venne trovato vicino al corpo del defunto e caricato con tre proiettili. Carlson aveva accompagnato Grant a cercare Kurt nella villa di Seattle ma non aveva “pensato” di cercare nella stanza sopra la serra.

 

 

| L’autopsia e quel rapporto tra il coroner e Courtney Love |

L’autopsia successivamente confermò che la morte di Cobain era stata causata da un “colpo di fucile autoinflitto alla testa” Gli esami tossicologici rilevarono inoltre un’altissima dose di eroina nel suo sangue, circa 1,52 milligrammi per litro al momento del suicidio, con anche presenza di Valium. Il rapporto disse anche che il cantante era morto con tutta probabilità tre giorni prima, martedì 5 aprile 1994.

 

Per il coroner Nikolas Hartshorne il caso era chiuso: si trattava stato un suicidio da manuale.

Peccato che il coroner conoscesse Courtney fin dal liceo. La vedova dichiarò al telefono a Grant che

 

«Finché Nikolas sarà il coroner io non avrò paura»

 

e successivamente descrisse l’anatomopatologo come il suo “dottore rock n’ roll”.

Il giorno dopo il ritrovamento del corpo del marito, Courtney Love avrebbe rilasciato un’intervista a MTV

 

«nella quale piange la morte del marito e poi, con candore affilato come lamette, promuove il suo nuovo disco, Live Through This. E poi commenta all’intervistatrice: “Che te ne pare come cattivo gusto?“».

 

 

| La lettera d’addio |

La lettera che fu poi ritrovata accanto al cadavere di Kurt Cobain

Smith trovò inoltre quella che sembrò una lettera di suicidio: un foglio di carta infilzato con una penna sul muro scritto con inchiostro rosso.

 

La missiva non convince però l’investigatore Tom Grant – assoldato all’inizio proprio dalla Love per trovare il marito al momento della scomparsa – secondo cui la lettera sembrava più che altro un addio al mondo della musica che a quello terreno. Grant si dimostrerà uno dei maggiori sostenitori della tesi dell’omicidio.

 

Nella lettera, diretta all’amico immaginario della sua infanzia, “Boddha“, Cobain citava una canzone di Neil Young, Hey Hey, My My (Into the Black): «It’s better to burn out than to fade away» («È meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente»), frase che compare anche nella canzone dei Queen Gimme the Prize, tratta dall’album A Kind of Magic e inserita nella colonna sonora del film del 1986 Highlander – L’ultimo immortale.

L’uso da parte di Cobain di quel testo ebbe un profondo impatto su Young, che dedicò parte dell’album Sleeps with Angels alla memoria del cantante dei Nirvana. La lettera citava anche il cantante dei Queen, Freddie Mercury, cui Cobain invidiava la passione per il suo lavoro e per il suo pubblico, che sembrava non essere cambiato per tutta la sua carriera.

 

 

| Club 27 |

Enrica Perucchietti, Le origini occulte della musica, vol. 1 (Uno Editori).

Per una tragica coincidenza, Cobain morì all’età di 27 anni proprio come Jimi Hendrix, Janis Joplin, Brian Jones e Jim Morrison aggiungendosi al cosiddetto Club 27 degli artisti morti prematuramente all’età di 27 anni a cui dedico un’ampia trattazione nel primo volume della mia trilogia.

Il suo corpo fu cremato, con un terzo delle sue ceneri depositate nel tempio buddhista (disciplina spirituale alla quale si era convertito nel frattempo) di Ithaca, un terzo venne sparso nel fiume Wishkah e il resto è rimasto in possesso della moglie.

Una manciata delle ceneri fu sparsa di fronte alla dimora della coppia al 171 Lake Washington Boulevard, Seattle e un’altra manciata fu sparsa a McLane Creek, Olympia. Al suo funerale fu suonata la canzone di John Lennon In My Life.

Eppure qualcosa non torna nella ricostruzione della sua morte e Cobain entrerà di diritto nel Club 27 portandosi con sé un alone di mistero.

 

 

 

| I punti ancora oscuri del suicidio |

«Un giorno sposerò una rockstar e la ucciderò»,

 

avrebbe detto una giovanissima Courtney Love al padre, Hanck Harrison, ex manager dei Warlocks (poi Grateful Dead).

Costui si sarebbe rivelato a sorpresa il sostenitore numero uno della teoria che sostiene la colpevolezza della figlia. E i sospetti e la rabbia dei fan si sarebbero concentrati proprio su di lei, nonostante le parole d’amore di Kurt nei Diari e le innumerevoli volte in cui aveva smentito voci di crisi o l’aveva difesa dall’assalto della stampa.

 

Nell’ultimo anno, infatti, il matrimonio si era logorato e le liti e scenate erano diventate quotidiane. Kurt aveva espresso il desiderio di divorziare e di cambiare il testamento, lasciando tutto a Frances.

 

Nei suoi due libri e nel documentario di Nick Broomfield, Kurt e Courtney, Harrison descrive la figlia come determinata e caparbia al limite dello squilibrio, con un desiderio insano di raggiungere il successo, violenta e bugiarda (questi ultimi due aggettivi tornano spesso nelle decsrizioni che fanno di lei amici o ex colleghi, compreso il primo marito James Moreland).

 

 

| Courtney, l’indiziata numero uno |

Courtney diventa così l’indiziata numero uno. Non aiutò la mole di bugie, ambiguità e contraddizioni che si lasciò alle spalle.

Come per la morte di ogni rockstar si diffondono delle voci tese ad avallare la pista dell’omicidio: per esempio che Kurt le aveva chiesto più volte il divorzio. Questa voce venne confermata dall’avvocato personale della Love, Rosemary Carroll che aggiungerà che Cobain era anche intenzionato a cambiare il testamento e che durante una telefonata, aveva scherzato sul fatto di lasciare sul lastrico la moglie, lasciando tutto alla figlia Frances. In questo caso lei avrebbe avuto il movente per ucciderlo, i soldi e l’affidamento esclusivo di Frances.

A sostenere la tesi dell’omicidio sono l’investigatore privato Tom Grant, il conduttore televisivo Richard Lee, gli auoti Max Wallace e Ian Halperin, il nonno di Kurt, Leland Cobain; in seguito anche alcuni colleghi e amici della star avrebbero «dubitato della sua volontà nel togliersi la vita», sebbene a oggi sia mancata la prova decisiva.

Ci sono infatti diversi punti oscuri sulla tragedia che la polizia di Seattle archivia subito come suicidio:

  1. il sangue della vittima contiene una quantità di eroina tre volte superiore a una dosa letale. Con quella quantità di droga in corpo Cobain sarebbe dovuto andare subito in coma e non avrebbe avuto la forza di spararsi;
  2. mancano le impronte digilati sul fucile con cui la rockstar si sarebbe sparata. Non vi sono nemmeno le impronte sulla penna con cui avrebbe scritto la lettera d’addio, A Boddah. Dall’altro canto si deve ricordare che le impronte vennero rilevate soltanto un mese dopo la tragedia.
  3. Nella lettera mancano dei riferimenti espliciti al suicidio e inoltre secondo numerosi grafologi il messaggio sembra scritto da due mani diverse: l’intestazione e la parte finale sono scritte con grafia incerta. La parte centrale del testo, invece, sembra una lettera di commiato al mondo della musica o forse il comunicato dello scioglimento dei Nirvana. Nulla, però sembra far riferimento alla volontà di suicidarsi.
  4. L’avvocato della Love, Rosemary Carroll, rinvenì nella sua borsa della sua assistita, all’indomani della tragedia, un foglio di carta in cui la donna aveva fatto delle prove di scrittura come se dovesse falsificare la grafia di qualcuno;
  5. nei tre giorni successivi la morte, qualcuno ha usato la carta di credito della star[5];
  6. la postura del cadavere non è quella di un suicida: viene rivenuto dall’elettricista Gary Smith steso per terra con il fucile tra i piedi, la canna rivolta verso la testa;
  7. gli psichiatri della clinica dove era stato fino a qualche giorno prima della morte non giudicarono Cobain depresso, anzi la star era in forma;
  8. secondo Dylan Clarckson, Cobain avrebbe comprato il fucile per autodifesa, non per spararsi[6].

L’avvocato di Courtney, Rosemary Carroll, si mostrò fin dall’inizio titubante nei confronti della ricostruzione della tragedia e ne parlò con l’investigatore Tom Grant, inizialmente assoldato proprio dalla Love. Racconta Episch Porzioni nel suo Il caso Cobain: indagine su un suicidio sospetto:

 

«Tom Grant incontra Rosemary Carroll per una chiacchierata. La Carroll è stata, fino a quel momento, una delle più strette collaboratrici della Love, avvocato sia suo che di Kurt, nonché moglie di Danny Goldberg, l’uomo a capo della Gold Mountain, l’agenzia di management che cura gli interessi, tra gli altri, dei Nirvana. Hanno fatto da padrini al battesimo di Frances Bean, per capirci. Passati i convenevoli, lei gli rivela le sue preoccupazioni. Principalmente: Kurt non era depresso. […] Racconta a Grant che Kurt voleva divorziare da Courtney, entrambi astiosi l’uno nei confronti dell’altro».

 

Quando Grant mostrò la lettera d’addio di Cobain alla Carroll, questa espresse nuovamente le sue perplessità:

 

«Non l’ha scritta lui. Le frasi contenute nella lettera, continua, non sono proprie nemmeno del suo modo di parlare.

La Carroll dice a Grant che alcune sono frasi che ha sentito pronunciare a Courtney, non a lui».

 

 

| Una scia di morti sospette |

Alcuni ricercatori hanno messo in evidenza la scia di morti sospette legate al caso Cobain: Antonio Terry, Kristen Pfaff, Eldon Hoke detto El Duce cantante e batterista dei Mentors, Nikolas Hartshorne (il coroner).

Il 4 giugno 1994 il detective Antonio Terry viene ucciso da quattro uomini in macchina su una corsia di emergenza che gli fanno cenno di fermarsi. Terry scende, si avvicina, scopre che gli uomini sono armati, ne deriva una sparatoria che causa il ferimento del poliziotto che però riesce a guidare fino all’ospedale più vicino, morendo infine per le ferite da arma da fuoco poche ore dopo.

Terry era il poliziotto

 

«che aveva raccolto la denuncia di persona scomparsa fatta da Courtney usando la generalità della madre di Kurt Cobain, Courtney conosceva bene il detective Anotnio terru. Gli faceva qualche soffiata, perlopiù per incastrare tossici e pusher, in cambio di chissà cosa. […] Melissa Rossi, autrice della buografia su Courtney Love, “Queen of Noise”, racconta un paio di significanti dettagli. Sembra che Terry fosse sul punto di scoprire da che fonte arrivasse l’eroina nelle vene di Kurt, poco prima di morire».

 

Appena undici giorni dopo la scomparsa di Terry, è il turno della ex bassista delle Hole, Kristen Pfaff, trovata morta a soli 27 anni per overdose nella vasca da bagno del suo appartamento a Seattle. Pfaff aveva deciso di lasciare il gruppo dopo durissimi alterchi con la Love, mentre era diventata molto amica di Cobain, tanto da aver dato adito a voci riguardo a una loro presunta relazione (voci che mandarono su tutte le furie la cantante delle Hole). Decise di tornare a Minneapolis con il suo vecchio gruppo, Janitor Joe per un tour europeo; dopo aver saputo della morte di Cobain si era anche disintossicata. Kristen ritornò a Seattle per prendere il resto delle sue cose e ritornare a Minneapolis. E qui evidentemente accadde qualcosa.

La sera di mercoledì 15 giugno 1994 Kristen aveva finito di fare le valige ed era nel suo appartamento di Capitol Hill con il suo amico Paul Erickson degli Hannerhead, che l’avrebbe seguita nel suo viaggio a Minneapolis il mattino seguente. Erickson la descrisse di buon umore, felice e ansiosa di tornare a Minneapolis. Questi decide di trascorrere la notte nel piccolo furgone in strada per proteggerlo dai ladri.

Dal camioncino vide Eric Erlandson, chitarrista delle Hole ed ex compagno di Kristen (anche ex della Love), entrare nell’appartamento alle 8 circa e lasciarlo circa un’ora e mezza dopo in quanto avrebbe avuto un appuntamento con Drew Barrymore. Verso le 21.00 Erickson entrò nell’appartamento trovando Kristen addormentata in bagno (la sentì russare dalla porta chiusa). Il mattino seguente tornò nell’appartamento, e trovò la porta del bagno ancora chiusa. La sfondò trovando Kristen morta nella vasca per overdose da eroina. Anche in questo caso, però ci sarebbero state delle anomalie nel decesso e soprattutto nel movente che avrebbe spinto la bassista a tornare a drogarsi dopo essersi disintossicata con successo:

  1. l’ultima persona a vedere Kristen viva fu Eric Erlandson che non chiarì il motivo della visita;
  2. secondo gli amici era molto eccitata di lasciare Seattle;
  3. a occuparsi dell’autopsia e degli esami tossicologici è stato ancora una volta Nikolas Hartshorne, il coroner amico della Love;
  4. tra i beni confiscati dalla polizia «c’è il diario personale di Kristen. Ma quando viene restituito alla famiglia mancano alcune pagine, strappate».
  5. I membri degli Hole – furiosi dall’abbandono della band da parte di Kristen – hanno cambiato le loro versioni molte volte sulla stampa riguardo alle circostanze della morte della loro ex collega.
  6. Kristen aveva paura delle conseguenze della sua decisione di partire e avrebbe rivelato “di aver paura” di Courtney.

 

Erlandson si presentò al funerale di Kristen – dove i famigliari avevano dichiarato persone non gradite i membri delle Hole e il loro entourage –

 

«fatto perso. In un accesso un po’ teatrale di dolore, si getta sulla bara per abbracciarla, poco prima che la coprano di terra. Viene cacciato in malo modo».

 

La terza morte correlata al caso Cobain è proprio quella del coroner che si era occupato dell’autopsia dei corpi di Cobain e Pfaff, Nikolas Hartshorne, amico di Courtney Love da anni e da questa considerato il suo “medico rock n’ roll”. La sua morte avviene in Svizzera mentre pratica base jumping con alcuni amici: si sfracella nel vuoto.

 

 

| Le clamorosi rivelazioni di El Duce |

Ma la morte più clamorosa e misteriosa è quella del musicista Eldon Hoke detto El Duce che finisce investito poco tempo dopo aver rilasciato un’intervista video al regista Nick Broomfield autore del documentario Kurt e Courtney (1998) in cui raccontava di essere stato assoldato dalla vedova Cobain «far saltare quella cazzo di testa a Kurt» per 50 mila dollari.

Nell’aprile 1996 la rivista «High Times» pubblica un articolo dal titolo Chi ha ucciso Kurt Cobain? in cui compare un articolo di Tim Kenneally e Steve Bloom che riportano un’intervista a El Duce che racconta di essere statao assoldato da Courtney Love per uccidere il marito ma di aver declinato successivamente l’offerta:

 

«Tre giorni prima della vigilia di Capodanno del ’93, una limousine si ferma davanti al Rock Shop, un negozio di dischi di Hollywood al 1644 Wilcox Avenue. Dalla limo scende Courtney Love, non ci incontravamo da due anni. Mi vede, stavo lì fuori aspettando un amico. Saranno state le 8.30 di sera. Si avvicina e mi fa: “El, ho bisogno di un grosso favore da te. Il mio uomo è stato un vero stronzo recentente. Voglio che tu gli faccia saltare quella cazzo di testa.”

“Sei seria?”

“Sì, ti darò 50000 dollari se gli fai saltare quella cazzo di testa. Sono seria se lo sei anche tu».

 

A questo punto i due rimangono d’accordo che Courtney lo avrebbe contattato tramite il telefono del Rock Shop. Successivamente il gestore del negozio, Krush Sepedjjan, avrebbe confermato di aver udito la conversazione:

 

«Stavano parlando di far saltare la testa a Kurt Cobain».

 

Successivamente El Duce avrebbe approfondito la sua storia ai microfoni si Broomfield, dichiarando di sapere chi aveva ucciso – al posto suo – Cobain, ovvero Allen Wrench:

 

«Quando [Coutney Love] mi ha offerto i soldi, dannazione! Io, io… avrei dovuto accettarli. Ma io so chi l’ha fatto secco. Aveva organizzato tutto., dovevo andare a Bellevue, poco fuori Seattle. Sapevo dov’era la casa e che doveo colpirlo nella serra. Non ho creduto che facesse sul serio… doveva sembrare un suicidio. Niente impronte digitali e la messa in scena di un suicidio.

Così dissi ad Allen… cioè ad un mio amico… ahahahahahah! [ride piegandosi in avanti] lo farò prendere dall’FBI. Insomma, è andata così. Fine della storia».

 

La veridicità (al 99,91%) della rivelazione venne confermata dal poligrafo a cui El Duce si sottopose il 6 marzo 1996: «a condurre l’esame il dottor Edward Gelb, una delle massime autorità in materia».

Allen Wrench non fu certamente contento di essere stato tirato in ballo e una settimana dopo l’intervista con Broomfield fece visita furibondo a casa di El Duce. Dopo una colluttazione iniziale, i due uscirono di casa – come confermato da un amico – per parlare. El Duce finì poche ore dopo schiacciato sotto un treno, portandosi con sé la verità nella tomba.

Allen Wrench è l’ultima persona che ha visto vivo El Duce e senza peli sulla lingua in un’intervista contenuta nel documentario di Halperine Wallace ammette:

 

«L’omicidio perfetto deve sembrare un suicidio… il tizio è un po’ depresso dopo essersi iniettato la roba, si ficca il fucile in bocca hey… lo sparo spappola la parte del collo, così i segni lasciati da un’altra persona vengono completamente cancellati. E così sembra un suicidio carino e pulito… la mia opinione è che Courtney Love sia una persona di talento ed intelligente. E probabilmente non dirà mai nulla che possa metterla nei guai. Ecco cosa ho da dire sulla faccenda Courtney Love e Kurt Cobain. Penalizzata dalla morte di Kurt? Pneso che l’abbia aiutata su tutti i fronti, perché stava per divorziare. Non vivevano neanche più insieme. Non avrebbe ottenuto nulla. […] Se lui non fosse morto sarebbe finita sulla strada. […] Ed ecco la cosa straordinaria: non sarò mai incriminato o portato in tribunale per gli omicidi di Kurt Cobain ed El Duce. Mai».

 

E su questo ha ragione. Peccato che, come ha fatto notare Episch Porzioni, sia lo stesso Allen Wrench a parlare per la prima volta di omicidio nel caso della morte di El Duce.

 

***

In un mondo di anime “perdute”, citando Eric Erlandson, in cui i soldi hanno la precedenza sugli affetti, in cui lo spettacolo ha penetrato ogni lembo della realtà, in cui conta più apparire e promuovere un album che piangere la morte di un marito, qualunque versione dei fatti è plausibile. In un mondo dominato dai media in cui tutto è filtrato, virtuale, indiretto, manipolabile tutto può venir messo in discussione, eccetto lo spettacolo stesso. Le immagini hanno sostituito la realtà, tutto ormai appartiene alla dimensione dello spettacolo di cui noi siamo ormai meri spettatori. Ecco dunque che le maschere sostituiscono l’essenza, le forme la sostanza. Citando il regista francese Guy Debord, «nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso».

La maschera da Commediante si è così sostituita al volto dell’essere umano che forse non si ricorda nemmeno più quando l’ha calzata per la prima volta. Una Courtney Love che ha tempo di truccarsi e farsi fotografare con il rossetto rosso sulle labbra mentre sale sull’ambulanza con il marito in overdose a Roma ha forse assorbito così tanto la propria maschera da aver fatto delle menzogne la propria realtà. Siamo talmente abituati a occultare la nostra vera essenza di fronte agli altri, che finiamo per mascherarci anche di fronte a noi stessi, forse per sopravvivere alla nostra stessa vergogna.

Kurt Cobain nella sua presunta lettera d’addio ammetteva con candore di non poter più continuare a imbrogliare i suoi fan. La sua estrema sensibilità, la sua eterna sofferenza gli impedivano ormai di trovare giovamento nel calore del pubblico che aveva invece sorretto e dato forza, fino alla fine, anche nella malattia, Freddie Mercury. Per il leader dei Nirvana, invece, era diverso. O almeno, questo è cioè che lo spettacolo ci ha trasmesso.

Per sopportare il peso della menzogna non resta che la fuga in paradisi artificiali o imparare a convivere con i propri sogni infranti. Ma togliersi la maschera nel mondo dello spettacolo equivale forse ad alzare il sipario e lasciare che le luci si spengano. Il pubblico vuole che si splenda sempre come stelle, l’industria della musica esige che si continui a condurre il gioco, che lo spettacolo prosegua ad ogni costo. Anche quando il travestimento rischia di soffocarci. Anche quando la malinconia rischia di lacerare quei sorrisi forzati che calcano i nostri visi.

Per brillare come stelle bisogna avere un vuoto devastante dentro di sé.

Per arrivare così in alto non si può rimanere nudi con i propri sogni e le proprie paure. Lo spettacolo «è il cattivo sogno della società moderna incatenata, che non esprime in definitiva se non il suo desiderio di dormire. Lo spettacolo è il guardiano di questo sonno».

 

«Oh, si, sono il grande bugiardo
alla deriva nel mio mondo
lo seguo il gioco ma per mia reale vergogna
mi hai lasciato da solo a sognare».

 

Vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. È caporedattrice del Gruppo Editoriale UNO. È autrice di numerosi saggi di successo tra cui ricordiamo: Fake News, Governo Globale, La Fabbrica della Manipolazione, Unisex, False Flag. Sotto falsa bandiera, Il lato B. di Matteo Renzi; NWO. New World Order; Utero in affitto.

Commenti 1

  1. Povero angelo biondo le cui ali sono state spezzate dalla durezza della vita… kurt ha vissuto come una meteora nel cielo notturno, lasciando una lunga scia che durerà per sempre. Egli è morto giovane come “i poeti maledetti” del Romaticismo, perchè forse era un poeta o forse solo un cantore che ha vissuto come un poeta romantico la sua intensa e breve stagione all’ inferno.

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