La guerra dei like: quando i social diventano una droga e creano dipendenza

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Quando postiamo sui social una foto o un contenuto a cui teniamo particolarmente, sviluppiamo una forma di attenzione quasi compulsiva alla “risposta” che tale materiale avrà sui nostri “amici” o followers. I social ci hanno gradualmente abituati a essere cioè esageratamente sensibili se non addirittura dipendenti (come molti casi di cronaca dimostrano) alla risposta degli altri e quindi ai like.

Alcuni utenti sbandierano persino come una minaccia di “togliere il like alla pagina” di chi si segue se questi osa scrivere o dire qualcosa che si discosta da quello che i followers si aspettano da lui. I social, cioè, rappresentano una sorta non solo di agorà virtuale, ma anche di tribunale, in cui ci troviamo non solo interconnessi, ma sotto lo sguardo indagatore del pubblico, pubblico che può persino “segnalarci” alla psicopolizia in caso di contenuto sgradito. E mettere o togliere un like a un post o a una pagina sembra diventata una forma di contrattazione e di scambio.

Ciò avviene perché siamo in famelica ricerca di attenzione e di like e ciò crea pressione e stress.

Per mancanza di like ci si innervosisce, si litiga con gli amici, persino ci si toglie la vita.

Per questo in Canada i social network di proprietà di Mark Zuckerberg stanno testando una nuova versione dell’app che nasconde agli utenti il numero di “mi piacericevuto dai singoli post. La motivazione è da ricercarsi nella necessità di promuovere la creazione di contenuti di valore e di stimolare maggiormente l’interazione tra gli utenti, attraverso i commenti e le condivisioni, riducendo al contempo lo stress e la pressione sociale legati al numero di “mi piace” ottenuti.

Enrica Perucchietti, Cyberuomo. Dall’intelligenza artificiale all’ibrido uomo-macchina (Arianna Editrice)

Il lato più delicato e oscuro dei social, però, parafrasando le parole dell’avvocato Luca D’Auria, è la forma di dipendenza, simile alla droga, che essi creano. Essi, infatti, producono piacere, aspettativa e bisogno: se otteniamo il giusto riconoscimento, allora ci si “rilassa” e ci si “rallegra”; quando il risultato, all’opposto è negativo, si minaccia persino di non farne più uso, come si fa proprio con le droghe.

Da anni, infatti, si parla delle controindicazioni che la tecnologia può avere sui più piccoli (ma ciò vale anche per gli adulti): le ricerche sulla sovraesposizione tecnologica su un cervello in via di sviluppo parlano infatti di ansia, irritabilità, depressione infantile, disturbi dell’attaccamento, deficit di attenzione, autismo, disturbo bipolare, psicosi e comportamento problematico .

A rendere allettante queste piattaforme sono in particolare il bisogno di popolarità e un senso di perfezione irreale che queste offrono. Tutto ciò non solo sta alterando − se non addirittura disgregando − i rapporti umani (quelli “reali”), ma sta anche diventando per molti una sorta di dipendenza, una droga apunto in cui rifugiarsi in modo sempre più compulsivo: per annegare i dispiaceri della vita quotidiana in un mondo irreale che può un attimo prima donarti l’illusione della “community” e un attimo dopo distruggerti sotto una tempesta di insulti. Da qui il fenomeno degli Hikikomori di cui parlo in questo articolo.

Per questo si parla sempre più di “dipendenza” dai dispositivi portatili come se si trattasse di una vera e propria “droga”: la soglia di attenzione, inoltre, è sempre più bassa e ne consegue una diminuzione della concentrazione, della memoria e della capacità critica.

Siamo bulimici di attenzione, stiamo diventando incapaci di vivere nella realtà quotidiana fatta di persone in carne e ossa e di rapporti sociali che vadano oltre un like.

Gli effetti di questa rivoluzione antropologica li potremo osservare compiutamente solo nei prossimi anni.

L’abuso tecnologico che le nuove generazioni stanno subendo è una forma di compensazione dovuta alla mancanza di attenzione che proprio gli adulti avrebbero dovuto donare loro.

Si tratta un surrogato che può generare dipendenza e questa a sua volta danni permanenti. Stiamo rendendo i nostri figli degli automi: il tempo che dedichiamo loro è sempre minore, in compenso li abbandoniamo nelle mani della tecnologia.

Questo accade perché noi, gli adulti, ci comportiamo sempre più come dei tossici che annegano la propria sofferenza esistenziale nel virtuale, alla caccia disperata di attenzione e di like.

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