La guerra, il camaleonte… che non cambia colore. Ripensare la guerra, oltre gli stereotipi

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| È sempre guerra |

Tra i tanti totem e tabù che la cultura italiana ha urgente necessità di abbattere, quello della guerra si colloca tra i più importanti.

Non per alimentare pulsioni belliciste, ma per ricordare a noi stessi che la deliberata soppressione della dimensione del conflitto, che ci è stata imposta dall’esterno al momento della nostra transizione alla condizione di Stato cliente e si è imposta sul piano interno trovando fertile terreno tra le numerose correnti del pacifismo nazionale, è una soluzione autolesionistica che priva il nostro Paese della possibilità di coltivare un interesse nazionale e di farlo comprendere a livello politico e metapolitico, rendendone partecipi le nuove generazioni.

| Se si fosse diffusa una cultura del conflitto |

Casi come quelli del povero Giulio Regeni o dei vari cooperanti sequestrati in “aree calde” del globo da organizzazioni terroristiche (o presunte tali) di varia natura si sarebbero verificati, sarebbero stati gestiti e portati a conclusione in forme molto diverse da quanto è avvenuto, se a tutti i livelli, in Italia, si fosse diffusa una cultura del conflitto e non ci si agitasse o indignasse al solo pronunciare della parola “guerra”, salvo poi rimanere totalmente silenti (o quasi) quando velivoli della nostra Aeronautica Militare hanno bombardato in incognito (o quasi) l’Iraq, la Serbia e la Libia.

Il semplice ricorso al termine “guerra” suscita, nella cultura nazionale, reazioni di tipo pavloviano, sovente divertenti, nel loro esplicarsi, ma mai a costo zero, persino in ambienti dove – in teoria, molto in teoria… –  si dovrebbe essere mille miglia lontani da orientamenti del genere.

Chi scrive, ad esempio, ha passato quasi una ventina di anni a cercare di contrastare tali fenomeni addirittura all’interno dell’istituzione militare, salvo ricevere in un primo tempo cortesi avvertimenti a lasciar perdere e poi, vista la sua ostinazione, a venirne allontanato in forma indolore, ma netta.

Per questa ragione, qualche anno fa, raccogliendo un’esortazione che era stata espressa da uno studioso di strategia che ho sempre stimato moltissimo, il generale Carlo Jean, ho pensato di dare anch’io un piccolo, personale contributo a qualcosa che in Italia si è fatto raramente, nel secondo dopoguerra, vale a dire: pensare la guerra.

Uscire, in altre parole, dai soliti stracchi e stucchevoli stereotipi sul tema e accostarsi a esso in forma diversa, senza farsi apologeti del bellicismo, ma prendendo le mosse da alcuni portati concettuali ben diffusi nella cultura occidentale, come:

la guerra è la madre di tutte le cose” (Eraclito, filosofo greco);

la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” (Carl von Clausewitz, militare e filosofo prussiano);

l’essenza del ‘politico’ è la contrapposizione amico/nemico” (Carl Schmitt, giurista e politologo tedesco).

Storia della guerra dall’antichità…

Da questi sono partito con l’obiettivo – invero ambizioso – di scrivere una Storia della guerra dall’antichità a oggi uno studio che, man mano che prendeva forma, ha assunto una consistenza tale da rendere necessaria – su esplicita richiesta dell’editore – la sua divisione in due volumi, di cui il primo (Storia della guerra dall’antichità al Novecento, Oaks Editrice, Milano 2018) è uscito poco meno di un anno fa, mentre il secondo (Storia della guerra nel XX secolo) è in avanzato stato di redazione e uscirà, sempre per i tipi di Oaks, nel 2020.

L’obiettivo di fondo di questi due volumi è chiaramente quello di porsi radicalmente fuori dall’approccio dominante sul tema e di accostarsi al fenomeno guerra in un’ottica non demonizzante, ma preoccupata di comprenderne le valenze in tutta la loro ampiezza, ad esempio sottolineando come, nelle società contemporanee, la guerra è forse un tabù, ma questo non le impedisce di essere abbondantemente praticata, magari malamente occultata sotto formule ipocrite e risibili come “operazioni di polizia internazionale”, “interventi di peacekeeping” o di “peace-enforcing” (come se la pace fosse qualcosa che si potesse imporre: e se i contendenti non la volessero…?).

Formule appositamente escogitate per “salvarsi l’anima” e giustificare interventi militari di tipo molto tradizionale (di quelli ad esempio in uso ai tempi della “politica delle cannoniere”), concepiti e realizzati in un’ottica da “guerra senza morti” (nostri, quelli altrui non vengono contati e – se anche sono, e lo sono spesso, povere vittime civili – declassati al comodo e tranquillizzante (per chi?) stato di “danni collaterali”).

 

| La guerra, il camaleonte… che non cambia colore |

Ma non è tutto, perché, mentre la si demonizzava nelle sue forme tradizionali, la guerra ha dato prova di un formidabile camaleontismo, e si è trasformata in guerra economica, guerra mediatica, guerra psicologica, guerra cibernetica, guerra ibrida, ecc.

Tutte forme belliche che – nell’accezione dominante e condivisa – sarebbero più legittime e accettabili in quanto non farebbero vittime.

Per addurre un esempio convincente, basti pensare alla “guerra economica” condotta dalla Germania, dall’Unione Europea e anche dal Fondo Monetario Internazionale contro un Paese come la Grecia, e calcolare quante vittime (vere, non teoriche) abbia fatto, in termini di mortalità infantile, di disperazione senile, di suicidi per mancanza di lavoro, e così via.

La verità è che oggi la guerra ha mutato completamente volto e, se mira come sempre all’abbattimento della volontà del nemico, lo fa in forme molto più sofisticate e sottili, per via di asfissia, strangolamento e progressivo annientamento.

Su questo sfondo, continuare con le geremiadi sulla guerra che la cultura dominante ci propina a ogni piè sospinto e che servono – se le si declina – a fare un po’ di carriera e a raccattare qualche benemerenza (a volte ben retribuita) ha perso da tempo, ai miei occhi, qualsiasi tipo di utilità, con la differenza che oggi – e la differenza non mi dispiace – queste mie affermazioni non trovano più il muro di gomma di indifferenza e ostilità che hanno trovato per decenni.

| Ri-pensare la guerra |

Ora se ne può parlare, ovviamente se ne può dibattere e, al tempo stesso, si possono stimolare interazioni profonde con esponenti di culture diverse.

Quello che è certo è che ri-pensare la guerra è sempre più possibile, oltre che necessario, anche per diffondere la consapevolezza che si stanno affermando forme di guerra e di conflitto sempre più sofisticate e sottili, per comprendere le quali è necessario allontanarsi al più presto dalla visione stereotipata che vede come unica forma di espressione della guerra stessa lo scontro armato fra organizzazioni militari più o meno grandi.

Sappiamo che non è così, che non è mai stato del tutto così e che sempre meno lo sarà in futuro, anche a seguito del forte ridimensionamento della forma-Stato. Questo orientamento, peraltro, non significherà “sempre meno guerra”, ma probabilmente il suo esatto contrario.

Acquisirne consapevolezza e rendersi conto di quante forme di conflittualità pervadano le nostre vite è un atto fondamentale cui sarebbe bene non continuare a rinunciare.

Piero Visani, giornalista, ricercatore di politiche internazionali, traduttore. Ha lavorato in varie società di ricerca (ARES, SRC, Gruppo Orbis) ed è stato consulente per la comunicazione istituzionale del Ministero della Difesa (1988-2006) e del Segretariato generale della Presidenza della Repubblica durante l’ultima parte della presidenza Cossiga (1990-1992). È autore dei seguenti libri: Esercito, come?; Forze Armate e mass media; Lo stratega mediatico; Storia della guerra dall’antichità al Novecento.

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