La scomparsa della musica. Musicologia col martello

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“Mio caro padrone domani ti sparo

farò di tua pelle sapon di somaro

ti stacco la testa ch’è lucida e tonda

così finalmente imparo il bowling”.

Paolo Pietrangeli, 1969

 

La musica della civiltà dello spettacolo non ha né senso né utilità (se non per l’apoteosi di miti calcolati e dividendi bancari). Possiamo dire che gli adolescenti ne fanno le spese: d’altronde una devastazione della storia è possibile solo quando si è sensibili allo spettacolo (non solo musicale) che offre il tracollo di una società come trionfo del superficiale.

Il libro di Antonello e Renzo Cresti (non sono parenti), a cura di Stefano Sissa, La scomparsa della musica. Musicologia col martello (Novaeuropa) è davvero un saggio/dialogo di filosofia/antropologia dei linguaggi musicali affabulato col martello: il riferimento all’incendiario della trasvalutazione di tutti i valori (Nietzsche) è pertinente: i Cresti e Sissa aggrediscono con grazia il ruolo della musica al tempo della civiltà dello spettacolo e disvelano l’industrializzazione progressiva come tomba della funzione o creatività epica, etica e sociale che ha avuto, forse o anche, epoche in cui conoscere era ascoltare e rompere i guinzagli dei costumi, delle morali o delle convenienze… ma gli affari sono affari, insegnano gli economisti dell’universo convenuto, e la celebrazione delle Star non è altro che la riproduzione (sovente anche stupida) di una musica fabbricata o rielaborata negli uffici delle etichette multinazionali… le stesse che fabbricano, film, serie televisive, pubblicità e cannoni… gli stupidi sui palchi riflettono una stupidità più grande, quella del pubblico adorante, senza sapere mai che al fondo bestiale dell’entusiasmo c’è l’imbecillità.

Prosperano nella musica mercatale soltanto coloro che figurano trasgressioni permesse… a volta anche estreme, basta che non facciano sul serio! Se poi si fanno fuori in qualche modo, non è mai troppo male, i dischi salgono in classifica e i padroni della musica ne traggono profitto! Per tutto questo, e per quello che vale, abbiamo scritto col gesso sul muro di una fabbrica nel maggio ’68: “Con le budella dell’ultimo dei Beatles impiccheremo volentieri l’ultimo dei Rolling Stone, poi passeremo a Topolino”.

La genealogia del fanatismo (anche religioso o politico) passa appunto dall’instaurazione del Mito e ogni domesticazione del linguaggio (non solo) musicale si trascolora in osanna del mercato globale. L’indecenza sta in chi ascolta e vede un cretino come un Ribelle, appunto… in ogni Mito si cela un profeta di basso livello e quando disserta sul bene e sul male dall’alto dei suoi conti in banca, avanza un po’ più male nel mondo.

La scomparsa della musica introduce a un modo di fare e ascoltare musica: è un invito a ragionare in maniera radicale la cosa musicale (senza dèi né illusioni). I Cresti, Sissa, con i contributi di Giancarlo Cardini, Donella Del Monaco, Enrica Perucchietti, respingono l’eccezionalità delle classifiche musicali, dei salotti televisivi, dei concerti oceanici come poetica dell’esistente e li screditano, a ragione, come edificio delle lusinghe. Sanno bene che non è facile distruggere un idolo, “giacché non basta annientare il suo simbolo materiale, il che è semplice: si devono anche annientare le sue radici nell’anima” (E.M. Cioran), e questo comporta sopprimere l’uso uniforme della banalità e passare alla liquidazione pura e semplice dell’idolatria.

I dialoghi tra i Cresti e Sissa attraversano tutti i generi musicali e mostrano che gli idoli, alla pari dei politici e dei carnefici, morirebbero di tristezza se non fossero pervasi da un consenso traboccante che l’incensa come modelli… peccato però che nel mattatoio delle definizioni non resta che il tanfo dei loro precetti e il lezzo dei padroni che asserviscono.

La plebe che li applaude non accetta la soggezione all’inganno, se non in piena coscienza!

Non tutto il rizoma musicale è così, certo… tuttavia un’agonia senza genio si aggira nell’immaginale mercatale del mondo ed è complice dello spettacolo inqualificabile dell’ingiustizia umana.

La scrittura differenzialista di La scomparsa della musica è una corrente sotterranea, una resistenza culturale sul fare-musica e riflessione sull’evanescenza del Rito… è una forma di dissidio e richiamo a una fraternità in rivolta che dà inizio alla demolizione del sistema spettacolare.

A un certo grado di bellezza scritturale, ogni franchezza denuncia l’indecenza che la suscita… la disobbedienza segue il cammino inverso della falsità e la musica, come la vita, sarebbe intollerabile senza la poesia (o altri strumenti più radicali) che la nega. Per i Miti dell’industria culturale: come palcoscenico avrete un letamaio e come paradiso il cappio del boia! Non sarete degni che di una gloria da bordello e un trono di sputi. Ci siamo allontanati dalla musica quando ci è diventato impossibile ascoltare un cretino che riempie gli stadi senza che ci suscitasse il desiderio di prenderlo a calci nel culo… né Giobbe né Macbeth, solo la  ridicolaggine di un Dio senza talento né cuore se non per l’aureola che gli hanno costruito addosso… vi è una volgarità musicale che induce ad accettare qualsiasi cosa, perfino idiozie appassionate o l’ebbrezza del ridicolo… il Mito sposa tutte le opinioni perché è servo di tutti i partiti… è il vassallo dell’educazione all’ipocrisia e portinaio di tutte le convenzioni… sotto il cielo falso della musica mercatale trionfano schiere di carogne e lì muore la bellezza dell’innocenza.

Musicologia col martello, dunque… significa dare inizio allo smantellamento di volgarità verniciate di sublime e fare della musica dell’insubordinazione il ritorno alla riscoperta della “perduta gente”.

 

| La scomparsa della musica. Musicologia col martello |

La scomparsa della musica. Musicologia col martello (Novaeuropa)

di Antonello Cresti e Renzo Cresti, a cura di Stefano Sissa. Con interventi di Giancarlo Cardini, Donella Del Monaco, Enrica Perucchietti, Pino Bertelli, Novaeuropa Edizioni, 2019

Qual è il ruolo della musica nel mondo contemporaneo?

Sembra che il medium musicale oggi sia onnipresente, eppure mai come oggi, in tempi di industrializzazione progressiva e privatizzazione completa del settore, la musica ha perso le sue fondamentali funzioni di collante sociale, narrazione di gruppo, epica collettiva.

La musica non sembra più una sostanza viva, non è più sé stessa.

Preda delle spinte uniformanti del mercato e delle norme egemoni della società liberale, la musica è scomparsa per quello che era ed è sempre stata.

È in questo contesto che urge una sociologia della musica, nuova e indocile, per ragionare radicalmente sul problema musicale che, in fondo, rappresenta la questione antropologica contemporanea.

 

Pino Bertelli è nato in una città-fabbrica della Toscana, tra Il mio corpo ti scalderà e Roma città aperta. Dottore in niente, fotografo di strada, film-maker, critico di cinema e fotografia. I suoi lavori sono affabulati su tematiche della diversità, dell’emarginazione, dell’accoglienza, della migrazione, della libertà, dell’amore dell’uomo per l’uomo come utopia possibile.  È uno dei punti centrali della critica radicale situazionista italiana. Nel 1993, il regista tedesco Jürgen Czwienk, ha girato un documentario sulla vita politica e l’opera fotografica di Pino Bertelli: Fotografare con i piedi.

Commenti 1

  1. Forse nessuno è in grado più di apprezzare la musica vera… ma la musica è là , ancora là, pronta a svelarsi e a rivelarsi quando le anime e le menti e i cuori la cercano. La Musica dell’Universo continua… le note sublimi che hanno creato il Tutto in un istante appena.

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