L’assurdità di farsi impiantare un microchip: dai rischi del controllo sociale a una nuova forma di droga per potenziare la mente

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“Tutti i cretesi sono bugiardi”.

Lo sostenne Epimenide, anch’egli cretese.

È vera oppure falsa l’affermazione dello scrittore e pensatore vissuto in Grecia tra l’VIII e il VII secolo a.C.? Non esiste risposta. Comunque si gira la questione non vi è una soluzione logica possibile. Tutto questo potrebbe sembrare un mero gioco di parole; un rompicapo inventato da qualche logico fantasioso.

In realtà è il nocciolo profondo di una serie di pensieri che hanno rivoluzionato il mondo e che possono ancora generare ipotesi e soluzioni determinanti per la storia culturale dell’unanimità.

Quel giochetto mentale senza soluzione, può addirittura diventare uno spunto fondamentale per risolvere la grande questione della contemporaneità e cioè se la tecnica e le macchine intelligenti prodotte dall’uomo, possano modificare il cervello, trasformando l’essere biologico in un cyborg e, addirittura, spianare la strada all’intelligenza artificiale verso la soluzione finale: impossessarsi del futuro del pianeta, dominando persino l’essere umano che ha inventato questi marchingegni.

È lo scenario più distopico e raccapricciante per qualsiasi uomo. Gli individui che popolano il pianeta nella contemporaneità non si stanno accorgendo che questa prospettiva fantascientifica è già attuale e praticata. Basta pensare che esistono dei kit, venduti a pochi euro, che contengono un microchip su cui caricare i propri dati (password, sistemi di riconoscimento, codici segreti, carte di credito, ecc.) e una siringa per inserire questa sorta di chiavetta “usb” nella parte corporea prescelta.

In Svezia centinaia di persone hanno ritenuto utile impiantarsi nella mano questa mente estesa; e anche in Italia la moda del microchip corporeo si sta diffondendo. Ma non solo: una serie di industrie high-tech produce e vendedelle strumentazioni intra-corporee capaci di intervenire direttamente sul cognitivo dell’uomo, moltiplicandone e mutandone talune facoltà. Tutto ciò è, evidentemente, solo l’inizio di una trasformazione dell’uomo in un macchinario trans-umano, che rincorre il mito dell’immortalità cerebrale e fisica (leggi questo articolo).

L’uomo occidentale ha da sempre rincorso questa visione prometeica ed eugenetica. Non è provocatorio affermare che la nostra civiltà occidentale (genericamente identificabile come quella giudaico-cristiana) abbia sempre ricercato la costruzione di sistemi cognitivi concorrenziali con quelli dei singoli, capaci di assorbirne la cognizione personalistica, così da realizzare un vero e proprio potenziamento della (scarsa) potenza umana.

È stato questo il fine del sogno metafisico-platonico dei valori; della dottrina della fede cristiana fede e, dopo il rivolgimento di paradigma in senso umanistico inaugurato da Machiavelli ed Hobbes, dei nuovi miti umani incarnati dalla politica, dalle ideologie, dalle legislazioni e dai poteri statuali.

Questi sistemi “umanistici” di mente estesa sono stati sovvertiti, nelle loro fondamenta, dal nuovo e rivoluzionario mito tecnologico, nato agli albori del nuovo millennio. Sino al termine della “modernità classica” la cognizione era infatti potenziata da “devices” radicalmente esterni al corpo.

Oggi, invece, in epoca di onnipotenza tecnologica, queste “dinamo” cerebrali, sono dei veri e propri utensìli inseriti nel corpo umano, come fossero delle protesi artificiali. Queste, però, non vengono applicate per sanare delle patologie che colpiscono specifiche parti meccaniche del corpo (come avviene in chirurgia) ma, piuttosto, rappresentano dei veri e propri sistemi cognitivi artificiali, finalizzati ad alterare e trasformare il biologico umano in qualcosa di artificioso.

Alla luce di questa realtà luciferina è necessario comprendere se esistano forme di limite da imporre alla tecnica e se appaia corretto ed auspicabile bloccare il progresso. Chiunque abbia un minimo rispetto dell’uomo, del suo mistero, delle sue imperfezioni e delle sue conquiste, guarda con sdegno a questi tentativi di trasformare l’essere umano in un robot. Questa attestazione d’amore verso l’uomo “in carne ed ossa” non è però risolutiva.

La ragione di tale insufficienza è palesata dall’uomo stesso. Costui, essendo un soggetto calcolante (questa è la natura dell’uomo, del suo cervello e dunque della sua coscienza) ha insito nella propria struttura più profonda la corsa verso la tecnologia, come fonte di salvezza dalle proprie paure. Sarebbe possibile ideare una legislazione che lasci libertà di manovra nella creazione di sistemi estesi del cognitivo, a condizione che questi non interferiscano con la sacralità del corpo.

Questo baluardo, rappresentato dalla fisicità umana, potrebbe rappresentare un filtro idoneo contro ogni forma di abuso e violenza tecnologica verso l’essere biologico. Ma la realtà supera oramai ogni ipotesi di possibile imbrigliamento della volontà di potenza della tecnica.

La domanda cruciale riguardo a queste protesi cyberumane è dunque un’altra e cioè che cosa, dell’essenza umana, si teme che venga violato oppure, al contrario, cosa si auspica che venga potenziato.

La risposta risiede nel paradosso logico di Epimenide, nel teorema di Godel sull’incompletezza della matematica e nelle teorie più fisicaliste e materialiste delle neuroscienze, che identificano l’uomo come la macchina più complessa dell’universo, che funziona in modo piuttosto deterministico, ma in virtù di un sistema così complicato da non essere compreso neppure dall’uomo medesimo.

Può apparire paradossale, ma proprio queste dottrine, scientifiche e logiche (all’apparenza avvicinabili allo spirito della macchina e dunque a prospettive di adesione a modelli di cyberuomo) sono un’arma decisiva per distruggere il mito del postumano.

Nessuna macchina potrà mai dominare l’uomo o il mondo, perché nessun sistema artificiale sarà mai in grado di comprendere ciò che ha capito Kurt Godel nel Novecento ed Epimenice seicento anni prima di Cristo: esistono verità indimostrabili.

Nessuna macchina potrà mai avere una forma di intenzionalità tale da comprendere tutto questo (cfr. Roger Penrose, “Ombre della mente”). Ciò non perché la macchina non ha spirito o anima, ma perché l’uomo è una macchina così complessa che il suo funzionamento è indimostrabile e dunque nessuna macchina potrà mai sapere ciò che l’uomo non è in grado di insegnare.

Ciò accade per la logica (il paradosso di Epidendio) per la matematica (il teorema di Godel) e per la biologia (il funzionamento del cervello). Questi non sono misteri in mano all’anima ma capacità calcolanti oltre la dimostrazione del calcolabile. L’Offerta Musicale di Bach e i dipinti di Escher rappresentano questo affascinante labirinto cognitivo: un percorso tanto complesso, intricato e indimostrabile che prende la forma di una ghirlanda che, come accade nel tentativo di soluzione del paradosso di Epidendio, obbliga sempre al ritorno all’origine (Douglas Hofstadter, “Godel, Escher, Bach”).

Questa indimostrabilità dei princìpi di verità dei meccanismi neurali e biologici (e, di conseguenza, matematici e logici) non limita però il funzionamento del sistema cerebrale neurale. Questo, al contrario, dimostra tutta la sua capacità nel saper agire, anche oltre la propria comprensione, tanto da saper cogliere la verità anche nell’indimostrabile.

Alla luce di queste affermazioni, il problema della “cyberizzazione” dell’essere umano va riqualificata: dal timore per la cancellazione dell’ “uomo come uomo”, è necessario inquadrare il presente e il futuro tecnologico come una questione estetica, etica e legale.

È osceno inserire nel corpo umano una chiavetta “usb” per sostituire le chiavi di casa, la carta di credito cartacea e ogni altro utensìle necessario al vivere quotidiano. È altresì disgustoso deturpare il proprio cognitivo, incastonando nel cervello un microchip che, al pari delle droghe, ha l’unico effetto di alterare taluni circuiti neurali, a discapito di altri e del cervello nella sua armonia operativa, così rendendo l’assuntore di tecnologie, a differenza delle sue attese, un depotenziato cognitivo.

Questi sistemi tecnologici cerebrali possono rappresentare delle nuove forme di droga e, se così fosse, dovranno essere vietate dalla legge.

Su altro fronte, va detto che è indubbia la circostanza per cui, incastonare dei rilevatori nel corpo, possa creare una facilitazione al controllo e alla violazione della vita privata.

Una visione futurista, che immagini il diffondersi capillare di questa tendenza, fa pensare a una prospettiva orwelliana dell’umanità, in cui potrà essere visionata la vita degli individui mediante schermi e radar: un sogno per le forze di polizia ed una sfida per i criminali.

Sarà lecita l’invenzione di sistemi capaci di inibire gli impulsi di queste estensioni artificiali del nostro corpo? Assisteremo alla nascita di interi gruppi di popolazione che, per non essere seguiti, si trasformeranno in alieni della società, probabilmente esclusi da ogni forma di rapporto economico e sociale legale? Le spinte verso la totale tracciabilità delle transazioni economiche può essere vista come la prima pietra di un edificio ben più penetrante e liberticida.

Luca D’Auria nasce nel 1969 a Milano dove svolge la professione di avvocato penalista. Dopo la laurea collabora con la cattedra di procedura penale e medicina legale, tenendo docenze sull’utilizzo processuale della prova del DNA. Nel 2010 si iscrive al corso di laurea in filosofia della mente presso l’Università Vita-Salute del San Raffaele. E’ stato docente di diritto e procedura penale nel Master di Criminologia dell’Università Vita-Salute. Attualmente è docente di intelligenza artificiale e processo penale nel Master di Criminologia della Business School de Il Sole 24 Ore presso cui è anche docente di diritto penale dell’economia nei Master di…

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