L’effetto Lucifero: i codici di comportamento, la deresponsabilizzazione e la banalità del male

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“Ogni proposizione è una proposta che il destinatario [l’ascoltatore, ndr.] può riconoscere come vera. Questo riconoscimento è una comparazione di quanto detto con ciò che già si sa o si crede: è il rinvenimento di un rapporto di identificazione tra l’enunciato offerto e la totalità o le briciole di totalità già possedute. Il concetto di verità è dunque un adeguamento di una proposta concettuale con l’universo dell’io cognitivo. [Ancora più chiaramente, ndr.] Non crediamo né a ciò che ci viene dimostrato vero, né a ciò che appuriamo non essere contingente: crediamo a ciò che si conforma a quanto abbiamo creduto in precedenza”.

(Algirdas Julien Greimas, “Il Sapere ed il Credere: Un Solo Universo Cognitivo” in Bartezzaghi, “Banalità – Luoghi Comuni, Semiotica, Social Network”).

“Crediamo a ciò che si conforma a quanto abbiamo creduto in precedenza”: da questa citazione del linguista e semiologo Algirdas Julien Greimas possiamo concludere che la cognizione è un calcolo statistico finalizzato a comparare l’elemento già posseduto dal cervello con “la proposta” (cioè la sfida) proveniente dal mondo.

La psicologia cognitiva chiama questo lavoro di comparazione e conferma (o smentita) tra enunciato e mondo interiore del decidente, euristica. Il decidere è dunque un atto del fare consistente in un calcolo euristico-ipotetico di consonanza o dissonanza tra due dati (del genere logico dell’abduzione, in cui l’inferenza vuole dimostrare o smentire che due enti, x ed y, abbiano, oppure no, qualità e caratteristiche analoghe).

Il cervello, sede fisico-biologica delle tracce esperienziali, è una sorta di “banca della cognizione e delle esperienze” che permette di comparare ciò che “viene dall’esterno” con quanto è già posseduto; questa “banca dati” viene alimentata e modificata quotidianamente, pur essendo una funzione che tende a replicare quanto già sperimentato e ritenuto affidabili.

ll cervello, lavorando a risparmio energetico, deve infatti “mettere al sicuro” le soluzioni operative già sperimentate. Tuttavia, assai spesso, il rapporto tra l’io decidente e il mondo non è diretto e immediato.

 

| La teoria della mente estesa |

La teoria della mente estesa è un esempio di tutto ciò: questa dottrina riqualifica il cognitivo oltre l’io individualista, offrendogli una prospettiva ultra-corporea (Clark e Chalmers).

La mente estesa (nella sua versione tradizionale) presuppone una costante e penetrante interazione del cervello con dispositivi esterni al derma, tanto incisivi (si pensi ai videogames, ai socialnetwork o alla realtà virtuale) da divenire una vera e propria appendice cognitiva costituita dai sistemi di “devices”.

Questa prospettiva richiama l’immagine del cyborg cognitivo: un essere post-umano la cui la biblioteca neurale viene modificata, alimentata e potenziata da marchingegni artificiali.

Intendere il concetto di mente estesa alla sola interazione tra uomo e macchina appare, però, alquanto riduttivo. Questo accade tutte le volte in cui, il decidente, si trova a essere immerso in una realtà plurisoggettiva, in specie se questa è fondata su protocolli e regole etiche e di comportamento tipiche e stringenti.

Già Aristotele ha evidenziato la natura di “animale politico” dell’uomo, con ciò evocandone la vocazione alla partecipazione a sistemi cognitivi plurisoggettivi. Questa caratteristica porta l’uomo ad aggregarsi; tale “naturalità” produce una forma di mente estesa ancor più comune di quella artificiale e, specialmente, ancor più penetrante e capace di limitare lo spazio dell’io cognitivo.

 

| L’effetto Lucifero |

Philip Zimbardo.

Questa diversa formulazione del concetto di mente estesa si sposa perfettamente con la teoria di Philip Zimbardo (definita “Effetto Lucifero”) e con la correlata teoria situazionista.

Tale dottrina statuisce che una certa situazione sociale a carattere cognitivo (autonoma rispetto all’io e fondata su “grammatiche” penetranti) può portare un individuo ad agire in modo radicalmente difforme dai suoi valori e dunque dai suoi personali percorsi neurali. Il “ruolo assegnato” non crea una vera e propria modifica neuronale ma un’alienazione del proprio neurale a favore del sistema cognitivo situazionale, in cui si trova ad agire l’individuo.

Zimbardo ha svolto un esperimento di psicologia situazionista scegliendo ventiquattro individui dal carattere e le modalità pacate e “ordinarie” e li ha suddivisi in due gruppi, l’uno col ruolo di carcerieri e l’altro con quello di carcerati.

L’effetto è stato quello di una radicale depersonalizzazione dei singoli in relazione al gruppo di destinazione, così assorbendo lo statuto cognitivo della situazione nuova e alienando il proprio cognitivo a favore di quello meta-individuale.

Zimbardo ha così concluso:

“il male è l’esercizio del potere sugli altri in una situazione in cui non ci si sente responsabili delle proprie azioni”.

La dottrina situazionista ha classificato le condizioni perché si possa verificare l’alienazione dell’io biologico a favore del modello meta-individuale.

Queste sono:

  1. [a] la de-individuazione (consistente nella cessione ed alienazione dell’io cognitivo a favore del non-io cognitivo di riferimento);
  2. [b] la de-umanizzazione (cioè la perdita dell’empatia presente nel proprio sistema neurale];
  3. [c] l’etero-direzione (da intendersi come perdita del proprio comportamento tipico a favore di quello voluto dal diverso modello cognitivo meta-individuale);
  4. [d] il conformismo (cioè il bisogno di sostituire il proprio io cognitivo con quello di gruppo del diverso sistema);
  5. [e] l’obbedienza (da rinvenirsi nella necessità di alienare l’io del singolo a favore dell’io cognitivo dello statuto di riferimento);
  6. [f] la diffusione delle responsabilità (da intendersi come la perdita della propria biologia etico-cognitiva a favore di quella del gruppo).

Il modello Zimbardo è anche quello raccontato da Hannah Arendt in La Banalità del Male e da Giorgio Agamben in Homo Sacer.

Agamben parla di “area grigia”, riferendosi a quella fascia ambigua di cognitivo collettivo capace di far perdere al singolo – in essa immerso – la possibilità di “essere se stesso”.

Quando interviene l’area grigia si crea una “bolla situazionale” capace di assorbire il libero arbitrio del singolo e così trascinarne l’euristica decisionale verso il modello meta-individuale.

L’esperimento di Zimbardo ha certificato come un sistema cognitivo concorrente a cui l’io biologico cede sovranità possa divenire una causa di compressione della propria libertà di agire. La dottrina della mente estesa può così operare in più direzioni: “incatenare” il cervello nel conformismo artificiale o situazionale che circonda l’individuo e così creare una nuova forma cognitiva che induce il singolo a respingere l’io a favore dell’alterità di gruppo. Ciò accade naturalmente per ogni genere di congregazione, clan, raggruppamento sociale o professionale.

Ognuna di queste realtà plurisoggettive crea dei ”codici di comportamento”, cioè dire delle forme di intelligenza artificiale, a cui riferirsi cognitivamente per “fare la scelta giusta”. L’appartenere a un partito politico, all’avvocatura, alla magistratura, a una confraternita religiosa, a un club sportivo oppure, più radicalmente, a un clan criminale, rappresentano un presupposto per la cessione e la deresponsabilizzazione dell’io neurale a favore dell’algoritmo cognitivo meta-individuale e di gruppo. Il cognitivo collettivo può essere così decisivo, assorbente e deresponsabilizzante, da consentire anche una confusione di ruoli che riesce ad essere talmente luciferina da oltrepassare persino l’Effetto Lucifero di Zimbardo.

All’incontro [di calcio, ndr.] assistono militi delle SS e il resto della Squadra Speciale [il riferimento è alla Squadra Speciale detta Sonderkommando, formata dal gruppo di deportati cui veniva affidata la gestione delle camere a gas e dei crematori, ndr.]… [tutti assieme, ndr.] parteggiano, scommettono, applaudono, incoraggiano i giocatori, come se, invece che davanti alle porte dell’inferno, la partita si svolgesse sul campo di un villaggio“.

(Primo Levi, “I Sommersi e i salvati”).

 

 

Luca D’Auria nasce nel 1969 a Milano dove svolge la professione di avvocato penalista. Dopo la laurea collabora con la cattedra di procedura penale e medicina legale, tenendo docenze sull’utilizzo processuale della prova del DNA. Nel 2010 si iscrive al corso di laurea in filosofia della mente presso l’Università Vita-Salute del San Raffaele. E’ stato docente di diritto e procedura penale nel Master di Criminologia dell’Università Vita-Salute. Attualmente è docente di intelligenza artificiale e processo penale nel Master di Criminologia della Business School de Il Sole 24 Ore presso cui è anche docente di diritto penale dell’economia nei Master di…

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