Lords of chaos: quel che resta del black metal

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| Il Film | 

In queste settimane è uscito nelle sale (per ora non quelle italiane) il film Lords of Chaos, trasposizione su pellicola dell’omonimo libro, uscito circa vent’anni fa, dedicato alla “storia insanguinata del metal satanico”, dunque agli eventi che per un breve e intensissimo periodo legarono l’underground musicale norvegese a vicende tristemente extramusicali (suicidi, omicidi, roghi di chiese e quant’altro).

Come si conviene in queste occasioni, la comunità web sta rumoreggiando da parecchio tempo riguardo a questo film, decretandone spesso la mancata fedeltà agli eventi e un andamento fin troppo romanzato.

Diciamolo subito: Lords of Chaos è un lavoro più dignitoso di tanti altri biopic musicali usciti in questi anni e le cui divaricazioni storiche sono decisamente accettabili; il verminaio sollevato dalla Suburra è solo il riflesso di un classico meccanismo identitario da nicchia autoreferenziale.

| Quel che resta del black metal |

Ma il punto saliente non è la valutazione critica di questo film, che pure avrà il suo impatto, bensì interrogarsi sul significato che ha questa operazione: con questa pellicola infatti un fenomeno di cui nessuno avrebbe mai decretato alcun successo accede definitivamente alla cultura di massa, divenendo parte della narrazione “popolare”…

Ecco, io ritengo che in questo piccolo frangente storico sarebbe utile provare a riflettere su quanto il black metal di oggi sia da mettersi in relazione coi “miti di fondazione” rappresentati nel film, accorgendosi dunque che il cordone ombelicale è stato tagliato, oramai da tempo.

Il miracolo creativo avvenuto in tutti questi anni ha visto uno stile musicale in cui il concetto – a detta stessa dei protagonisti – era più importante della resa artistica, crescere, evolversi, prosperare, mentre accademici e stampa specializzata continuavano bellamente ad ignorarlo, preferendo baloccarsi sulla violenza urbana espressa dalla prima cultura hip hop…

Polemiche sull’autorazzismo di certi studiosi a parte, a quasi trent’anni di distanza dai primi vagiti di metallo nero provenienti dalla Norvegia, possiamo tranquillamente affermare che il livello medio della produzione di settore si è qualitativamente innalzata, pur confrontandosi con album leggendari; certamente, nulla potrà eguagliare l’impatto terremotante di un Hvis lyset tar oss di Burzum (1994!), un tale fulmine a ciel sereno che ci dovrebbe convincere del fatto che il black metal abbia davvero incarnato l’ultima grande fiammata dell’underground, prima di un inarrestabile declino creativo e sociale delle subculture, fino ad arrivare al deserto di oggi.

Però l’assenza odierna di grandissima parte della impalcatura di mistero, di irraggiungibilità delle opere di quel periodo è stata compensata piuttosto brillantemente da una “evoluzione del culto”, per citare il giornalista musicale inglese Dayal Patterson, che sotto certi aspetti ha dello sbalorditivo.

| Controcultura rinnovata |

Chi avrebbe infatti immaginato che una forma musicale così radicale e identitaria sarebbe stata capace di farsi grembo per i percorsi di ibridazione più vari, accogliendo tra le sue spire e facendo rinascere rinnovati fenomeni musicali declinanti come l’industrial, lo shoegaze, la psichedelia o il dark ambient?

Quale amante dai vasti orizzonti delle controculture non prova ammirazione di fronte alla vastità degli orizzonti tematici percorsi dal black metal odierno, che provenendo dal “satanismo acido” degli esordi è oggi capace di tracciare una via alternativa alla spiritualità, senza dubbio alla mercificazione imposta dagli ideali del neoliberismo, così presenti anche in tanto mondo “alternativo” musicale.

Ancora, tra tante cose, e restando proprio su questo punto, il black metal è la metafora sonora perfetta di una volontà di resistenza glocalista, nel cui alveo possono esprimersi, fuori dalla consueta dittatura del mercato discografico anglofono, le specificità più varie, in maniera paritaria.

Anche in Italia, dalla Sicilia tragica e grottesca dipinta da Inchiuvatu negli anni Novanta, si è giunti oggi alla Campania nera come la pece raffigurata con amore e dedizione da Scuorn, o addirittura ai misteri del folklore abruzzese messi in scena dai Selvans, una delle novità più notevoli nell’ambito di cui stiamo parlando.

Chi ha avuto la fortuna di vivere gli anni oggetto del film Lords of Chaos, o anche quelli immediatamente successivi, conosce il privilegio di aver fatto parte di una gioventù che amava ancora evincersi per differenza e che non aveva paura di frequentare l’infrequentabile, ideologicamente e artisticamente, una sensazione che difficilmente sarà concessa alle nuove generazioni, alle quali resterebbe però ancora oggi un milieu musicale di assoluto interesse, antidoto e minaccia nei confronti di un Pensiero Unico nemico di ogni forza e bellezza.

I fatti ricordati dal regista Jonas Åkerlund sono storia, il black metal è, fortunatamente, ancora realtà.

(Firenze, 30 aprile 1980) è un saggista, critico musicale e compositore italiano. È cofondatore del collettivo musicale sperimentale Nihil Project e tra il 1998 e il 2006, con questa e latre formazioni pubblica cinque album. Sotto la denominazione di Solchi Sperimentali, oltre ai tre volumi omonimi, Cresti lancia, a fine 2016, un progetto parallelo di documentazione audiovisiva dello stato dell’arte dell’underground musicale contemporaneo in Italia. È autore delle seguenti opere: U.K. on Acid; L'Immaginazione al podere; Fish and Chips; Fairest Isle; Lucifer over London; Come to the Sabbat; Solchi sperimentali; Solchi sperimentali Italia; Ho trovato l'Inghilterra!; Solchi sperimentali Kraut. È…

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