Matteo Fais, recensione di “Una storia minima”

Autore

“Nell’età ingrata ci si sente afflitti da una specie di infermità sociale, per effetto della quale, al momento giusto, si rischierebbe di non inserirsi nel mondo attivo, nonostante titoli e diplomi”.

(Robert Poulet, Contro la gioventù).

 

| L’età ingrata |

Cosa comporta vivere in una età ingrata e, soprattutto, cosa significa?

Assuefatti un po’ tutti al post moderno e alla sensazione che tutte le grandi narrazioni hanno perso senso e significato ci arrabattiamo per portare a casa uno straccio di vita, un pertugio di salvezza, un tentativo di ritrovarci da una qualche parte, sicuri e stabili. Ma non è così. Non può essere così. Spaesati e scontrosi, in verità, ci annusiamo ingrati di noi e della vita.

Ci restano, si dirà, le nostre letture, i nostri ascolti, le nostre storie.

Ci restano le nostre storie, forse minime, e forse no.

 

 

| Una storia minima |

Nel caso di Matteo Fais, il titolo, Storia minima, badate, si apre su una storia che tanto minima non è.

Robert Poulet nel suo Contro la gioventù, pubblicato in Italia nel 1967 da Volpe, e che ho collocato in cima a queste mie parole, parlava di infermità sociale, quasi a voler intendere, con amarezza, che chi non si inserisce, o non sa inserirsi nel mondo attivo, nel mondo del lavoro verrebbe da dire, ha qualcosa di infermo, di malato.

Vedete l’infermità sociale è una categoria sdrucciolosa, ti sfugge un po’ da tutte le parti, non sai mai da che verso prenderla. Il nostro tempo, il nostro mondo, ci viene detto da più parti, sono cambiati, l’esistenza è divenuta precaria, il lavoro è divenuto precario, te la devi sfangare da solo (è pure morto Dio gigioneggiano gli aedi della turbo filosofia da pensatoio di Repubblica); però, continuano, devi pure inserirti, devi pure metter su famiglia, devi pur trovare un lavoro; sarai mica un infermo sociale?

Ecco, dunque, dove troviamo il protagonista, sta in una terra di mezzo, in quel sottoscala della vita dove il lavoro non c’è e se c’è è inappagante e insicuro; dove l’amore non c’è e se si dovesse presentare la prima cosa che si può fare è rifiutarlo per inettitudine o mancanza di coraggio.

Eppure, perché c’è sempre un eppure che può accendere scintille, il protagonista scintilla; per esempio, vuole scrivere qualcosa di importante, di significativo; è un cacciatore di storie; anche se poi realizza che ciò che accade a lui è privo di mordente e interesse, e dunque molla disilluso.

Allora entra ed esce dalla vita, come entra ed esce dalle sue amiche (il suo è un vitalismo per così dire spermatico), poche per la verità, sempre con la convinzione, però, che il suo gusto, le sue letture, i suoi ascolti, certamente non dozzinali ma neppure segnale di particolare talento, lo isolano dagli altri.

Fais costruisce attorno a questo tessuto una narrativa spigliata, dinamica, ritmica con accenti e passaggi comici che necessitano di una lettura ad alta voce per restituire immediata la costruzione verbale e l’invenzione linguistica.

In tutto questo, poi, la narrazione cresce e si avviluppa lasciando immaginare al lettore che la storia, a un certo punto, porti da nessuna parte; quando, quasi improvvisamente accade un fatto, l’incontro del protagonista con una ex fidanzata.

È una svolta. Svoltare, però, non è mai semplice, c’è sempre di mezzo la fatica, la fatica tira indietro, appesantisce i movimenti, ad ogni passo c’è quella voce che ti ingiunge di tornare indietro, di lasciar perdere. Questa volta, invece, sembra stia accadendo qualcosa.

Per entrambi l’incontro è pure sorprendente, prima l’uno e poi l’altra investono il sé che può diventare noi; che è poi il valore e il senso dell’amore di Platone e di tutta la metafisica occidentale, prima dell’inaridimento post Lyotard.

Questo incontro, tra l’altro, gradualmente destabilizza prima l’uno poi l’altra, poi insieme; i piani, però, non coincidono, le ruote dentate della vita hanno tracciato solchi profondi, l’esistenza è entrata a trecento all’ora contro di loro come una macchina lanciata a tutta velocità contro una vetrina. Scontare la vita vivendo è l’obbligo per tutti di agglutinare gli eventi, masticarli e affrontarli per quelli che sono, senza sconti, fino alle ultime conseguenze.

Resteranno dei vetri, e in questa storia di vetri ne resteranno sulla strada parecchi; ma non resteranno solo quelli. I modelli che dovevano servire per la compilazione della nuova grande narrazione per il protagonista alla fine contano più niente, gli eventi che rincorreva sono solo “trafiletti indipendenti l’uno dall’altro”; la sua vita si risolve nell’atto finale di una vita spesa da un’altra parte e chiudendo l’ultima pagina ci resterà una sensazione acre, greve, perché sappiamo che di queste vite liquide e dissolte ne incrociamo e ne incroceremo parecchie. Eppure non è tutto.

Il lettore si accosti con tenacia e coraggio alla volta di questo libro, la storia ha una sua dimensione tragica, ma non cupa, il protagonista è un anti-eroe, a fatica rialza la testa, sguaina una spada che sarà forse solamente una spada di latta, ma con quella contro tutto e tutti cocciutamente ha voluto provarci. E in fondo, forse un po’, ha pure vinto.

Quante volte ancora mi mostrerete che questo posto non è il mio in ogni istante, a ogni occhiata in ogni pensiero, a ogni azione sempre, fino a quando creperò. (Negazione, La vittoria della sconfitta, da Lo spirito continua, 1986).

 

 

| Scheda del libro di Matteo Fais, Una storia minima (Robin Editore) |

Un protagonista senza nome, una città ignota. Un ragazzo, di quelli che oggi si chiamano scoraggiati, alle prese con il terrificante mondo contemporaneo: assenza di lavoro e precarietà amorosa. Angosciato dall’inutilità dei suoi giorni, è preso dal vago proposito di dare forma alla negatività che lo circonda scrivendo un romanzo. Purtroppo per lui, si troverà a fare i conti con il fatto che tutti i modelli introiettati fino a quel momento risultano inadatti. I romanzieri hanno per la maggior parte narrato esistenze coese, avventure epiche, mentre la sua vita è un insieme di episodi sparsi e senza alcuna portata grandiosa, sia pure tragica – è piuttosto “una pagina di giornale piena di trafiletti l’uno indipendente dall’altro” o “un vortice di sporcizia stradale fatto mulinare dal vento”. Nel mentre il personaggio si dissipa, in una malsana forma di cupio dissolvi, tra relazioni senza senso di un giorno e folli incontri con gente a cui sceglie di accompagnarsi unicamente per lenire la sua solitudine. Questo fino a quando ritroverà una vecchia amante a cui deciderà, secondo un sistema di valori completamente distorto, di “salvare la vita”, riuscendo solo a condurre tutto verso l’estremo tracollo. “Storia minima” è, nelle parole del prefatore, lo scrittore Franz Krauspenhaar, “un romanzo maturo, non di formazione, ma di coraggiosa accettazione del reale”.

Davide Gonzaga, laureato in storia contemporanea presso l’Università degli studi di Bologna insegna Storia e Filosofia presso il Liceo Aselli di Cremona. Organizza da anni numerosi eventi e conferenze culturali e collabora con numerosi blog.

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