Maturità: una svolta nella scuola? Sì, ma non troppo

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Farò una breve riflessione sulle tracce della prima prova dell’esame di maturità di ieri 19 Giugno 2019, cercando di capire se siamo di fronte a una svolta per quanto riguarda l’impostazione politico-culturale di una Italia che sembra voler cambiare marcia e uscire dai binari del pensiero unico.
Per quanto riguarda la tipologia A, quella “letteraria”, possiamo pure saltarla a piè pari, in quanto i soggetti proposti sono sembrati abbastanza anonimi, quasi convenzionali.
Le sorprese arrivano dalle tre tracce della tipologia B, molto più interessanti dal punto di vista dell’approccio socio-politico.
Si tratta, lo diciamo subito di una cesura importante rispetto allo stucchevole modello buonista, progressista e ipocrita che da decenni ammorba l’inizio dell’estate dei nostri diciottenni.

Nella prima traccia si insiste sul valore fondante dell’identità, sull’importanza quasi sacrale dei “corpi dei nostri progenitori sepolti” sui quali “letteralmente camminiamo”. E’ una sottolineatura del filo ideale che unisce noi e i nostri avi dal punto di vista anche estetico. Si parla di come il patrimonio artistico “italiano” rappresenti la “biografia spirituale di una nazione”. Già dai termini su cui si incentra il discorso: italiano, nazione, spirituale, si intuisce che un cambiamento rispetto ai dogmi dell’internazionalismo, del materialismo, del multiculturalismo e di tutti i mantra del pensiero unico c’è stato ed è tangibile.

Ricordiamo i princìpi resistenziali, antifascisti in assenza di fascismo, buonisti, che infarcivano i testi delle prove precedenti e respiriamo finalmente aria pura. Anche la critica alla “dittatura del presente”, fatta dall'”orizzonte cortissimo delle breaking news” , oltre a richiamare i concetti heideggeriani, quindi politicamente scorretti e vivissimi, della chiacchiera e della curiosità, nella quale dittatura “l’esperienza del passato può essere un antidoto vitale”, è una mazzata sul capo dell’attuale tendenza a divinizzare il momento, la scelta effimera dell’individuo-monade, libero di scegliersi, all’istante, genere e orientamento sessuali, casa, domicilio,cittadinanza, identità e aspetto fisico, nel mondo della omologazione che è intercambiabilità.

Anche la specifica concezione del passato, qui non meramente “monumentale”, in senso nietzschiano, è inedita: non una serie ordinata e progressiva di eventi interpretabili in una unica maniera, quella giusta, ma un “palinsesto discontinuo, pieno di vuoti e di frammenti”. Si tratta quindi di una visione che richiama la necessità di un revisionismo storico, di una ricerca anche personale incessante, nella consapevolezza che quasi sempre la storia la scrive chi vince, orwellianamente.

Di contro, si stigmatizza “il passato televisivo che viene somministrato come attraverso un imbuto, rassicurante, divertente, finalistico”, un passato innocuo da “fine della storia”, cioè l’antitesi a quel pensiero fecondo e irriducibile che si nutre esclusivamente dell’amore per la verità, sprezzante del consenso e degli aspetti moralistici della ricerca.

Alla fine del testo proposto allo studente, di Tomaso Montanari, si invita alla “via umanistica” come unica soluzione, il che, in questa scuola delle tre “i”, dell’alternanza e dell’utilitarismo, è già una rivoluzione.

Nella seconda proposta abbiamo uno spunto storico che invita i ragazzi a riflettere sui pericoli della tecnica e della abdicazione dell’uomo vigile in favore dei “dispositivi” di questa. Da qui alla critica al transumanesimo o alla bioingegneria senza limiti è un passo. Bene! Criticare la tecnocrazia, anche politica, non è più un tabù.

Anche la terza traccia si muove sulla stessa linea, sottolineando come la fine del mondo bipolare e l’inizio della conseguente globalizzazione non sono stati solo la fine del terrore nucleare, piuttosto l’inizio di uno smarrimento nel quale “le smisurate libertà creano incertezza e sgomento” e dove “l’economia planetaria transnazionale” genera “balcanizzazione, ondate migratorie, ferocie razzistiche…”. Ovviamente aggiungerei che essa le genera scientemente, come possibilità stessa della propria sopravvivenza.

La critica alla globalizzazione è presente e chiara e si unisce infine anche alla possibilità di una riflessione sul suo più importante vettore: “pensi che i nodi da risolvere nell’Europa di oggi siano mutati?”.

C’è lo zampino del governo in questo cambio di rotta? Risuona nella tracce un sovranismo ormai giustamente sdoganato come vero senso della nostra costituzione?

Mi pare chiaro che la risposta sia positiva, anche se la linea del governo si percepisce anche nei suoi lati peggiori, trumpiani per così dire, ovvero in quell’immancabile ed esecrabile sionismo. E’ infatti nella seconda traccia della tipologia C che esso si ritrova. La traccia intende far riflettere il candidato sul rapporto tra sport, cultura e società, partendo però dalla vicenda di Gino Bartali, “giusto tra le nazioni” nella “lista santa dello Yad Vashem”. Sappiamo che questa vicenda è problematica, che è rimasta stranamente nell’ombra per decenni, che non mancano autorevoli dichiarazioni a sua smentita e che la sua riemersione sia stata caldeggiata subito prima del Giro d’Italia in Israele. La traccia si conclude con “c’è chi dice ne salvò 500, chi 600, chi 1000. Sinceramente il numero conta poco”. Rammentiamo però che in altri casi il numero conta eccome e a volte riflettere su di esso porta dritto alle sbarre del carcere.

Matteo Simonetti è laureato in filosofia e diplomato in Pianoforte. È giornalista pubblicista dal 2004 e collabora con vari quotidiani e riviste nazionali. Lavora come docente di storia e filosofia nei licei e come articolista e redattore della storica rivista «L'Uomo Libero». Ha pubblicato diversi saggi su temi filosofici, storici e politici, tra cui Kalergi. La prossima scomparsa degli europei.

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