Nell’era buonista perché va di moda insultare l’avversario. Le origini dell’ipocrisia progressista

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| Va di moda insultare l’avversario |

Adriano Sofri ha condiviso un articolo de Il Foglio ricco di insulti al ministro dell’Interno.

E’ ormai una costante, ma ultimamente abbiamo osservato una sua accelerazione.

Parlo della tendenza, nei discorsi politici da parte di giornalisti ed esponenti di partito, a trasformare l’argomentazione in una invettiva contro l’avversario.

E’ un aspetto nel quale la sinistra primeggia, ciò non si può negare. Non notiamo solo il proliferare di  epiteti come “fascista”, “razzista” o “populista”, che vengono affibbiati in maniera critica, anche sui social al primo che dissenta ma, ma anche come da parte loro Saviano, Sofri, Strada, Asia Argento, Toscani e altri guru del pensiero unico progressista stanno facendo a gara a chi offende di più e meglio la controparte, nel silenzio o addirittura con il plauso dei loro “correligionari”.

Gli elettori non progressisti, a dispetto dell’immensa cultura che soggiace alla loro visione del mondo, vengono considerati ignoranti, stupidi, retrogradi, barbari e rozzi.

 

| L’insulto come espressione di un’autoproclamata superiorità morale |

Utilizziamo qui il termine “sinistra” denotandolo in maniera molto ampia, visto che la strada imboccata da coloro i quali dovrebbero essere gli eredi del comunismo è da decenni quella del sostegno al capitale finanziario e della opposizione al popolo, il quale viene dipinto come massa becera, informe, ignorante, indegna persino di esprimersi con il voto. Diciamo che di quello che poteva considerarsi il lascito del comunismo, ossia l’attuale progressismo, ha raccolto il lato più becero: l’insulto supponente basato sul sentimento della propria superiorità sia intellettuale che morale.

Lasciamo da parte la riflessione sul fatto che questo tradimento delle classi operaie e del popolo in genere possa essere stato già ai tempi di Marx una caratteristica del movimento, come appare chiaramente dalla lettura del manifesto del comunismo, e concentriamoci sullo stile comunicativo adottato: la violenza verbale. Essa è una novità o no? Da dove proviene questa usanza?

 

| Le origini della violenza verbale |

A parte le ultime manifestazioni della spocchia, da un certo gramscismo di ritorno alle esternazioni di Galimberti, occorre riflettere sulla personalità che più di tutte incarna la realizzazione del comunismo, ovvero Vladimir Ilic Uljanov, detto Lenin.

Oltre ad aver fatto ricorso a una forma di violenza più evidente, cioè al terrorismo vero e proprio, dal punto di vista della comunicazione politica egli mentì spudoratamente a più riprese, in onore al suo machiavellismo.

Perfino il giorno dell’assalto al Palazzo d’Inverno, momento cruciale della rivoluzione comunista in Russia, dichiarò  vittoria leggendo un comunicato che aveva preparato quel mattino presto. Disse “Ai cittadini della Russia. Il governo provvisorio è stato deposto” ma non era vero, esso era ancora al suo posto.

 

| La propaganda secondo Lenin |

Tutte le vicende relative alla presa del potere da parte dei bolscevichi furono poi dipinte in modo eroico, come se fosse stata una gloriosa rivoluzione. Invece fu penosa, con i rivoluzionari che non seppero né trovare una lanterna per dare un segnale ai compari, né far funzionare i cannoni con i quali dovevano colpire il palazzo:

“A Pietrogrado i night club e le sale da concerto erano aperti, i ristoranti affollati e le prostitute andavano a caccia di clienti come in un mercoledì sera qualsiasi”.

Non ci fu insomma nessuna sollevazione popolare in quanto furono coinvolte diecimila persone al massimo, in una città che contava circa due milioni di abitanti. In tutto vi furono sei morti e meno di venti feriti, tutti colpiti da proiettili vaganti. La rivoluzione leninista nasce quindi con una grande menzogna.

Ma veniamo al suo stile politico:

“Gli uomini dovevano dargli acriticamente ragione oppure venivano esclusi dalla sua cerchia”;

“Costringeva i suoi avversari ad arrendersi usando di proposito un linguaggio violento, che per sua stessa ammissione era studiato per suscitare odio, avversione, disprezzo, non per convincere, non per correggere gli errori dell’avversario, bensì per distruggerlo, per cancellare lui e la sua organizzazione dalla faccia della terra”.

Ad un certo punto, nei circoli bolscevichi, “lo scambio di ingiurie era giustificato dal fatto di essere stato utilizzato da Lenin”.

La polemica violenta era così connaturata al suo modo di fare che

“la traduzione delle parole in azioni corrispondenti, in violenza fisica che accompagnava la brutalità verbale, altro non era che il fine logico del processo”.

Coloro che dissentivano dalle sue idee erano “canaglie”, “ignoranti”, “idioti”, “lurida feccia” “puttane”, “traditori della classe”, “vecchie rimbambite”, “teste di legno”, “parolai”e così via. Spesso ricorreva alle oscenità definendo i rivali “stronzi” o “troie”, adoperando volutamente “sfilze di improperi”. Nello stesso tempo era sarcastico e metteva sempre in ridicolo il rivale.

 

| Martire ed eroe? Non proprio… |

La vulgata del Lenin martire ed eroe dovrebbe essere ridimensionata.

Durante la prigionia riceveva visite e gli ospiti gli portavano cibo e biancheria, anche superflua: una finanziera, un panciotto, una coperta da viaggio. Prendeva il the alle sei e aveva a disposizione intere casse di libri. Durante il suo soggiorno in Siberia si fece una bella vacanza, da egli stesso ricordata come uno dei più bei periodi della sua vita: andava liberamente a caccia col fucile e con il cane che acquistò sul posto e ricevette dallo Stato zarista una cifra che corrispondeva al doppio del salario di un operaio. In esilio in Siberia fu raggiunto anche dalla compagna, in una sorta di lunghissima luna di miele durante la quale riceveva ospiti e sorseggiava vin brulè con loro.

La moralità di Lenin non era irreprensibile: per alcuni anni versò a se stesso uno stipendio attingendo direttamente dai fondi del partito e ancora dopo i quarant’anni non avrebbe potuto sopravvivere senza il sostegno economico della madre. Strano per uno che dovrebbe dovuto idolatrare il valore del lavoro.

“Vladimir era riservato e freddo nei rapporti con gli altri. Non aveva veri amici”.

Da adulto teneva tutti a distanza e nessuno lo ha mai visto posare la mano sulle spalle di qualcuno né qualcuno farlo con lui.

“Lenin sapeva distorcere, forzare, tessere intrighi e seminare la confusione, e avrebbe accettato anche il sostegno del diavolo se gliel’avesse offerto”.

Per molte volte chiese aiuto alla nobiltà, al Ministero degli Interni o direttamente allo zar per risolvere le sue beghe con la giustizia, firmandosi “nobiluomo”, sottolineando i suoi natali aristocratici o facendosi raccomandare in tal senso dalla madre.

Tutta la sua vita è costellata di queste bugie e da una doppiezza evidente. Ad esempio quando cominciò a utilizzare lo pseudonimo Lenin scrisse lettere costellate di insulti ai borghesi, convinti che “le rivoluzioni possano essere fatte da persone che indossano guanti di capretto”. Peccato che proprio guanti di capretto avesse chiesto in dono durante la prigionia!

Quando in Russia ci fu una terribile carestie che fece 400.000 vittime a causa del tifo e della fame, Lenin “condusse una propaganda sistematica ed esplicita contro i comitati di assistenza” perché “La carestia svolse il ruolo di fattore progressista”, come dire: più ne muoiono più saranno arrabbiati con quel potere che noi stessi intendiamo abbattere. Era metodico, ossessivo e attento all’esteriorità al punto di tentare una cura per farsi ricrescere i capelli che cominciò a perdere giovanissimo. Teneva lezioni agli operai analfabeti non nelle fabbriche ma “nelle case di ricchi sostenitori delle cause radicali”.

 

| Alle origini del pensierio marxista |

Ma se questo, secondo qualcuno, è solo la realizzazione “deviata” del marxismo bisogna allora andare a riflettere quale fosse lo stile e il pensiero politico di Karl Heinrich Mordechai Marx.

La teoria marxiana in sé è un’unica grande menzogna, in quanto sembra ragionevole considerarla una tirata enorme al carro della grande borghesia finanziaria, con la scusa che per giungere alla vittoria del proletariato bisognava prima passare hegelianamente per il potenziamento della borghesia stessa.

Molti pensatori, anche ebrei, hanno sottolineato come tra capitalismo ed ebraismo ci sia un chiaro legame, ma questo è un altro discorso che qui non ci preme affrontare in questa sede.

D’altronde che si tratti di una enorme finzione atto a ingannare il popolo è testimoniato dalla vita del filosofo di Treviri: il padre, ricchissimo, scrisse del figlio giovane

“il signor figlio consuma in un anno quasi 700 talleri, contro ogni accordo, contro ogni usanza, mentre i più ricchi non ne spendono 500”.

Allo stesso modo, da buon borghese, era molto attento a “mantenere le apparenze”. L’istituto Marx-Engels ha stimato in almeno 150.000 marchi la somma inviata ai coniugi Marx da amici e familiari, denaro che nelle loro mani non durava che un attimo. Mentre nel manifesto del partito comunista si invoca l’abolizione del diritto di eredità, Marx alla morte del padre riceve 6000 franchi-oro. In una lettera a Engels arriva a scrivere “qui sarebbe fuori luogo un tenore di vita proletario”.

Quel che vale per gli altri evidentemente non vale per il vate del comunismo. Celebri furono le donazioni di Engels al suo sodale, tali che mentre il padre del comunismo viveva con una somma annua pari a 10 volte lo stipendio di un operaio,  il ricchissimo Engels ne aveva a disposizione venti volte tanto.

Engels, industriale e amante della bella vita fatta a champagne ed aragoste, quando si trattava di licenziare i suoi operai non andava per il sottile. Engels, e poi Marx stesso (!) giocavano in borsa, tanto che il primo lasciò in eredità un portafoglio di titoli dell’equivalente di circa 5 milioni di dollari odierni.

 

| Tra ipocrisia e incongruenze |

D’altra parte è noto come Marx si espresse a favore del libero scambio di contro al protezionismo e che tollerava il lavoro minorile. Dal punto di vista della strategia comunicativa in politica, testimoni che furono suoi compagni di lotta dissero di lui:

“Io non avevo mai visto un uomo i cui modi furono così irritanti e intollerabili. A nessuna opinione differente dalla sua egli accordava l’onore di avere quanto meno una condiscendente considerazione. Egli trattava chiunque lo contraddicesse con abietta alterigia; rispondeva ad ogni argomento che non condivideva o con velenose considerazioni sull’abissale ignoranza da cui esso scaturiva o con ignobili insinuazioni sulle motivazioni di colui che lo aveva formulato”.

In particolare è interessante notare come Marx usasse l’epiteto “borghese” come oggi si usa, a sinistra, quello di “fascista”.

Bakunin scrisse di lui:

“Eccessivamente ambizioso e vanitoso, litigioso, intollerante e assoluto come Jehowa, il signore dio degli avi e, come lui, vanitoso sino alla follia. Non c’è menzogna o calunnia che non sia capace di inventare e diffondere contro chi abbia avuto la disavventura di suscitare la sua gelosia o, che è la stessa cosa, il suo odio”.

Ma da dove deriva questa eterna insoddisfazione, questa acidità, questa violenza?

In conclusione, potremmo dire che la violenza verbale, l’intolleranza, la supponenza con cui la sinistra oggi sceglie di rapportarsi all’avversario politico, anche quando questi abbia un grande consenso popolare, anzi a maggior ragione proprio perché lo ha, è una costante nella sua storia.

Filosoficamente, quasi caratterialmente, essa deriva dall’incapacità della accettazione del reale, della visione del bello in esso, della frustrazione  per la propria condizione, le quali portano al desiderio messianico e risentito della sua distruzione, la quale non può far altro che sfociare nelle forme utopiche, oicofobiche o buoniste che tutti conosciamo.

 

Citazioni tratte da:

V. Sebestyen, Lenin, Bur 2018.

Mattogno Gian Pio, MASCHERA E VOLTO DEL MARXISMO, Effepi, 2016.

Matteo Simonetti è laureato in filosofia e diplomato in Pianoforte. È giornalista pubblicista dal 2004 e collabora con vari quotidiani e riviste nazionali. Lavora come docente di storia e filosofia nei licei e come articolista e redattore della storica rivista «L'Uomo Libero». Ha pubblicato diversi saggi su temi filosofici, storici e politici, tra cui Kalergi. La prossima scomparsa degli europei.

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