Profezie, apocalisse (e tanti soldi) sullo sfondo del conflitto in Medio Oriente (che può diventare globale)

Autore

| USA: perché spostare l’ambasciata a Gerusalmme? |

Alcune notizie di attualità, spesso relegate dai media nell’ambito delle mere curiosità, possono al contrario essere a volte i sintomi di inusitati “stati di spirito”; vere e proprie “punte dell’iceberg di fenomeni normalmente ignorati dai più.

Quando il 14 maggio scorso (2018), settantesimo anniversario della creazione del moderno “stato d’Israele”, gli Stati Uniti hanno deciso, nella persona del presidente Donald Trump, di spostare la propria ambasciata da Tel Aviv (dove si trovano tutte le rappresentanze diplomatiche) a Gerusalemme, i media presenti hanno mostrato a tutto il mondo le reazioni opposte che hanno diviso, ancora una volta, Israeliani e Palestinesi. Da una parte la gioia israeliana, l’entusiasmo incontenibile di chi è convinto di partecipare non solo ad un successo politico, ma ad un “momento epocale” della propria storia (e forse, come vedremo, della storia dell’umanità intera); dall’altra la spietata repressione subita dai manifestanti palestinesi, con decine di morti e migliaia di feriti, in quello che per gli Arabi locali (musulmani ma anche cristiani) è il giorno della nakba, la Catastrofe, il ricordo della cacciata dei Palestinesi dalla propria terra.

Il pubblico europeo, generalmente poco avvezzo ai “simboli” e ai “gesti” che così grande importanza rivestono presso altre culture, ha derubricato gli avvenimenti di quei giorni come “gli ennesimi disordini” endemici di una terra tormentata, qualcosa di “connaturato” a quel mondo mediorientale che, nell’immaginario collettivo, è soprattutto una terra di fanatismo “inspiegabile” a partire dalle nostre categorie mentali.

 

| Una medaglia col volto di Trump e di Ciro il Grande|

Un’organizzazione israeliana, il Mikdash Educational Center, ha coniato una moneta con il volto del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per celebrare il suo riconoscimento di Gerusalemme come la capitale di Israele.

Ma un’altra notizia, passata piuttosto inosservata, può offrire una chiave di lettura più complessa di ciò che stava accadendo: proprio in quei giorni, il cosiddetto Mikdash Education Center ha fatto coniare una medaglia in cui il volto del presidente Trump è affiancato a quello dell’antico Re di Persia, Ciro il Grande[1].

La scritta in calce, tradotta in ebraico, in arabo e in inglese, celebra l’attuale presidente USA come colui che, secondo le aspirazioni del “nuovo sinedrio” ricreato in Israele, porterà alla ricostruzione del Tempio ebraico su quella che è ora la cosiddetta Spianata delle Moschee, nel cuore di Gerusalemme.

Il Mikdash Education Center è uno dei molti gruppi rabbinici che caldeggiano il progetto di riedificazione del Tempio che fu distrutto nel 70 d.C. dai Romani: l’unico santuario al mondo dove il rito fondamentale del Giudaismo, il sacrificio dell’agnello nel giorno di Pasqua, potrebbe essere validamente officiato; sacrificio ormai interrotto da 2000 anni.

Il bizzarro collegamento tra il presidente Trump e Ciro il Grande trova spiegazione proprio in questa analogia: come, secondo la Bibbia[2], Ciro fece ricostruire il secondo Tempio (dopo che il primo, quello di Salomone, era stato distrutto dai Babilonesi nel 586 a.C.), allo stesso modo si auspica che l’attuale presidente americano (ben noto per le sue simpatie filo-israeliane) possa finalmente realizzare il “sogno” di riedificare il Santuario. Questo progetto, tuttavia, implicherebbe conseguenze incalcolabili non solo per il Medio Oriente ma per il mondo intero: il Tempio ebraico, infatti, dovrebbe contenere, nel suo sancta sanctorum, la Roccia sacra sulla quale, secondo la Tradizione, avrebbe avuto luogo il Sacrificio giudaico: la stessa Roccia dove Abramo avrebbe sacrificato il figlio.

Questa Roccia si trova oggi al centro di quello che gli Ebrei chiamano Har ha Báyit, Il Monte del Tempio, ma che per i Musulmani di tutto il mondo è il al-Haram al-qudsī al-sharīf, il Nobile Santuario della (Città) Santa, il terzo luogo sacro per importanza del mondo islamico, la splendida moschea dall’inconfondibile cupola d’oro, meglio nota come “Moschea di Omar”.

 

| Israele: chi sogna di ricostruite il “Terzo Tempio” |

Nel concreto, dunque,

il nuovo Santuario ebraico non potrebbe essere realizzato se non sostituendo (e distruggendo) il veneratissimo Santuario islamico, cosa che evidentemente non potrebbe che innescare conseguenze incalcolabili.

Già nel 2000, come molti ricorderanno, la “passeggiata” dell’allora ministro degli interni israeliano Ariel Sharon sulla “Spianata del Tempio” aveva innescato quella violenta reazione che sarebbe culminata nella cosiddetta “Seconda Intifada”: risposta disperata dei Palestinesi che, in realtà, avevano ben compreso il “messaggio in codice” lanciato da Sharon con il suo gesto…

Ritornando ai giorni nostri, pertanto, ben si spiega l’importanza simbolica che il trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme da parte di Trump ha assunto presso alcuni settori della società israeliana: il “riconoscimento” di Gerusalemme come capitale dello Stato d’Israele, l’accettazione del possesso da parte di un solo stato di quella che è la “capitale religiosa” di metà del genere umano, il “via libera” di fatto all’ebraicizzazione totale della Città Santa, non può non suscitare nei settori più estremisti della società israeliana la comprensibile speranza che sia “giunto il momento” per completare l’Opera interrotta da quasi 2000 anni.

 

| L’ombra dei dispensazionalisti protestanti |

Sionisti cristiani e sionisti ebrei, wahabiti e neocons; profezie e armi nucleari. Sono questi alcuni degli ingredienti della polveriera mediorientale trattati nell’ultimo saggio di Gianluca Marletta: LA GUERRA DEL TEMPIO. Escatologia e storia del conflitto mediorientale (Ed. Irfàn)

A rendere più complessa (e drammatica) la questione del Tempio, vi è che tale progetto non interessa solo una parte – consistente ma infondo circoscritta – dell’opinione pubblica israeliana: per quanto strano possa sembrare, infatti, la “ricostruzione del Tempio” è un progetto caldeggiato, forse ancor più che da parte ebraica, da quella galassia di gruppi protestanti ed evangelici americani spesso indicati come “cristiano-sionisti” (Christian Zionists).

Stiamo parlando, in particolar modo, dei cosiddetti evangelici dispensazionalisti, la cui particolare (e decisamente inusitata) interpretazione della Bibbia prevede la necessità che tutti gli Ebrei ritornino in Terra Santa e ricostruiscano il Tempio per accelerare il ritorno di Cristo nel mondo.

Tale realtà politico-religiosa (che secondo alcune stime comprenderebbe dai 30 ai 50 milioni di cittadini americani), è impegnata entusiasticamente da decenni sia nell’obiettivo di ricostruire il Tempio, sia in quello di aiutare gli Ebrei a “riconquistare ogni centimetro della Eretz Israel”, sostenendo economicamente l’insediamento dei coloni in territorio palestinese.

Secondo tale visione “politica” e “millenaristica” della fede, lo scontro apocalittico (l’Armagheddon) con la vittoria finale dei giusti (rappresentati da Israele e dai “veri cristiani” – ossia gli Evangelici stessi) avverrà solo quando tutte le nazioni nemiche (identificate soprattutto con Musulmani e Russi) assedieranno “l’accampamento dei santi” (ossia lo Stato d’Israele). A quel punto, quando tutto sembrerà perduto, Gesù ritornerà dal cielo e annienterà i nemici, convertendo gli stessi Ebrei e instaurando la Nuova Era di pace.

Questa sconcertante e inedita visione della fede e della storia, è anche una visione molto “americana” della realtà, con una ricaduta pragmatica ed economica importante. La rete dei dispensazionalisti si sviluppa infatti in forme concrete di sostegno allo Stato Ebraico, con una ricaduta decisiva anche per la politica estera americana.

C’è chi invia “volontari cristiani” per lavorare gratuitamente nei kibbutz liberando in tal modo soldati israeliani impegnati nei “territori occupati”; chi adotta colonie ebraiche nei territori palestinesi; chi organizza pellegrinaggi in Terra Santa attraverso i quali convertire migliaia di fedeli al verbo cristiano-sionista. Ma il grosso dell’azione dei dispensazionalisti consiste soprattutto in una costante “attività di lobby” e di attività mediatica a favore di Israele tesa soprattutto a condizionare il governo americano, con la minaccia di sottrarre il voto dei cristiani fondamentalisti a quei congressisti che si dimostrino anche solo “poco sensibili” agli interessi dello Stato Ebraico.

L’azione della lobby evangelica si va così a saldare con quella della potente lobby filo-israeliana costituita da Ebrei statunitensi, influentissima nella società americana e storicamente capace di condizionare sia i Repubblicani che i Democratici.

Da questo punto di vista, per tornare all’attualità, proprio l’attuale presidente Trump avrebbe assestato un “colpo” importante con lo spostamento dell’Ambasciata a Gerusalemme: un presidente che si è messo contro molte lobby influenti negli Stati Uniti (come la lobby gay e quella dei farmaci) ma che, proprio per questo, non può permettersi di alienare le simpatie di quello che è, da decenni, il più forte nucleo di potere interno alla società americana.

 

| L’ombra delle profezie: il “Terzo Tempio” tra Messia e Anticristo |

Ma le attuali tensioni e le attese legate alla Terra Santa, a Gerusalemme e – in particolare – alla “fatale” Spianata sono, in realtà, solo l’ultima tappa di una storia lunga e travagliata.

Secoli prima che gli Evangelici elaborassero la loro curiosa teologia, infatti, il luogo del Tempio è stato già tremenda “pietra di scandalo” che ha diviso gli Ebrei dal nascente Cristianesimo.

Già nelle pagine dei Vangeli risuonano i moniti “contro il Tempio” di cui “non rimarrà pietra su pietra”[3], quale conseguenza del non riconoscimento ebraico del Messia che è giunto; e in età apostolica, il parallelo tra il “vecchio tempio di pietre” e il “nuovo tempio” che è il Cristo stesso, il quale “con suo Sacrificio” ha reso inutili i sacrifici giudaici, diviene uno dei principali argomenti che oppone il Cristianesimo nascente all’Ebraismo. La distruzione del Tempio nel 70 d.C., infatti, sarebbe stata letta dai Cristiani come una conferma della verità della propria fede e un forte argomento apologetico nella polemica col Giudaismo.

In età patristica, inoltre, la questione del Tempio distrutto e della Gerusalemme terrena verrà sovente interpretata in prospettiva profetica. A differenza degli odierni dispensazionalisti, tuttavia, per molti Padri della Chiesa l’idea stessa che il Tempio possa un giorno essere ricostruito verrà vista come una hybris, una violenza blasfema contro Dio stesso, il Quale ha decretato la fine del culto giudaico e del Sacrificio ad esso connesso.

Per alcuni Padri, addirittura, sarà proprio l’Anticristo, all’atto di instaurare il suo potere globale, che “ricostruirà il Tempio e riunirà gli Ebrei”, proprio allo scopo di smentire le parole del Cristo e di instaurare una “nuova religione” di cui “il grande ingannatore” sarà, al tempo stesso, capo e oggetto d’adorazione[4].

 

| Apocalisse, politica e petrolio: una polveriera pronta a esplodere |

Le suggestioni apocalittiche, tuttavia, hanno raggiunto il parossismo proprio negli ultimi anni.

Lo scenario di un Medio Oriente sempre più “centro mondiale” della crisi, dove da Oriente ad Occidente “tutte le nazioni si riuniscono” come a rispondere ad un fatale appuntamento col Destino, non possono non richiamare in mente, nell’immaginario di molti, immagini escatologiche e da Giorno del Giudizio.

La “fatalità” vuole infatti che il Medio Oriente si trovi contemporaneamente al centro di interessi religiosi, economici e strategici che sembrano richiamarsi e intrecciarsi indissolubilmente.

La stessa terra considerata “santa” da più della metà del genere umano, infatti, è anche quella che riposa su enormi riserve petrolifere, e che è “chiave d’ingresso” geopolitica di tre continenti.

Per questo motivo, in Medio Oriente più che altrove, è difficile distinguere la linea di confine dove la politica si ricollega a cause economiche e dove, al contrario, entrano in gioco “ragioni inconfessabili”, non attinenti a quelle che il linguaggio convenzionale definisce come “motivazioni razionali”.

Il quadro si è notevolmente complicato e aggravato negli ultimi anni, con il convergere degli interessi di tutte le principali potenze del mondo verso l’area mediorientale, interesse culminato a volte in un intervento diretto. Da questo punto di vista, singolare sembra essere il ruolo della Russia, alleata di Assad e della Siria e interessata a mantenere un controllo diretto su quel “giardino di casa” che è per lei il Vicino Oriente.

 

| Il Wahhabismo |

In questo quadro complesso non va dimenticato, naturalmente, il ruolo dell’Islam, religione largamente maggioritaria in Medio Oriente ma spesso drammaticamente divisa al suo interno tra Sunniti e Sciiti, neo-ottomani alla Edrogan che sognano di ricostruire il Califfato sul Bosforo alleandosi ora con l’uno ora con l’altro dei contendenti, Iraniani decisamente anti-israeliani, e gruppi ormai maggioritari come gli Wahhabiti[5].

In particolar modo, il Wahhabismo – che potremmo definire come una sorta di “protestantesimo islamico” per l’atteggiamento iconoclasta nei confronti della Tradizione e per l’aspirazione a riportare l’Islam ad una sorta di “purezza primordiale” – eliminando tutti quei movimenti e quelle tendenze che, a loro parere, sarebbero delle deviazioni posteriori (come lo Sciismo e il Sufismo), ha conosciuto negli ultimi anni un’espansione enorme.

Largamente adottato dalle “monarchie petrolifere” del Golfo Persico, ispiratore di movimenti estremisti come Daesh (ISIS) e gruppi consimili, il Wahhabismo è riuscito, potendo contare sul supporto economico soprattutto saudita, a colonizzare moschee e madrasse ai quattro angoli del mondo islamico, influenzando con le sue istanze e con la sua visione della fede centinaia di milioni di persone.

A dir poco ambiguo, peraltro, è il rapporto che il Wahhabismo mantiene con l’Occidente, soprattutto con quello anglo-sassone (con il quale la setta wahhabi ha stabilito, fin dalle origini, un rapporto di complicità davvero sorprendente). Visto teoricamente come un “nemico” per le sue deviazioni e il suo “empio ateismo”, l’Occidente diviene in realtà un alleato concreto sia del Wahhabismo per ragioni economiche (la comunanza di interessi petroliferi tra USA e Arabia Saudita), sia strategiche (la comune avversione verso l’Iran, lo Sciismo e la Russia): a tal punto che, attualmente, i Sauditi sembrano aver raggiunto un rapporto di tacita alleanza con lo stesso Israele.

Questi e altri fattori rendono oggi il Medio Oriente la “polveriera del mondo” e ancor di più, a fronte dell’intervento diretto delle principali potenze (anche nucleari) del pianeta, il potenziale “innesco” di una crisi globale che potrebbe avere conseguenze mai viste.

Di questi argomenti, al tempo stesso attuali e “perenni”, parla il nostro libro La guerra del Tempio: piccolo contributo alla comprensione dei “tempi fatali” che stiamo vivendo.

 

[1] https://www.breakingisraelnews.com/105767/new-special-edition-temple-coin-minted-for-israels-70th-anniversary-the-end-of-the-exile/#EbA5FB7GpjUXYUBg.99, archiviato il 12 aprile 2018.

[2] Esdra 1, 2-3.

[3] Luca 21, 15.

[4] Nel suo Commento al libro del profeta Daniele, Ippolito Romano afferma addirittura che: “E’ lui (l’Anticristo) che, elevandosi al di sopra di tutti i re e di ogni divinità, ricostruirà la città di Gerusalemme e riedificherà il tempio abbattuto, ridarà tutto il paese e i suoi confini ai Giudei il cui popolo richiamerà dalla schiavitù delle nazioni e si proclamerà loro re. E’ lui che gli infedeli adoreranno come dio. Essi piegheranno le ginocchia davanti a lui scambiandolo per Cristo poiché essi non comprenderanno quanto fu detto dal profeta, come egli, cioè, sia falso e ingannatore. Geremia dice infatti: poiché non hanno creduto alla verità parlerà a questo popolo e a Gerusalemme uno spirito d’errore”.

[5] Il wahhabismo è un’interpretazione molto “legalistica” e aggressiva dell’Islam, divenuta la scuola di pensiero “ufficiale” nell’Arabia controllata dalla dinastia saudita. Ad esso si ricollegano i “movimenti salafiti”, che prendono il nome dal termine salaf al-salihtn (“i pii antenati”); la loro pretesa, infatti, è quella di rifarsi a un ipotetico “Islam dei primordi”. Il salafismo, per questo motivo, combatte accanitamente tutte le forme di misticismo e persino alcune forme artistiche tradizionali, in quanto ritenute non conformi con l’Islam delle origini.

Gianluca Marletta, laureato in Storia e in Scienze Religiose, Professore di Lettere e scrittore, è nato a Roma nel 1971. Ha pubblicato numerosi saggi di antropologia, sociologia e storia delle religioni, tra i quali: Il Neospiritualismo. L’altra faccia della modernità, 2006; Governo Globale. La storia segreta del Nuovo Ordine Mondiale, 2013; UNI SEX. La creazione dell’uomo senza identità, 2013; La fabbrica della manipolazione. Come i poteri forti controllano le nostri menti, 2014; La guerra del Tempio. Escatologia e storia del conflitto mediorientale, 2018. Il suo sito-blog è: www.gianlucamarletta.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *