Salone del Libro: la psicopolizia censura i giornalisti scomodi

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A pochi giorni dall’inizio della kermesse, è scattata la censura “rossa” al Salone del libro di Torino: alcuni giornalisti e l’editore Francesco Giubilei sono stati bollati come “neofascisti e razzisti” da Christian Raimo che, essendo membro del comitato editoriale del Salone, riveste un ruolo istituzionale… (si veda l’articolo di Francesco Giubilei).

Nel mirino della psicopolizia sono finiti rispettivamente: Alessandro Giuli (giornalista, autore televisivo e co-conduttore di Povera Patria, mi ha confermato che non era nemmeno stato invitato, quindi non aveva alcun evento in programma), Francesco Borgonovo (già caporedattore del quotidiano «Libero» e autore di La Gabbia su La7, è ora caporedattore per «La Verità», saggista e conduttore di Iceberg su Telelombardia) e Adriano Scianca (direttore de «Il Primato Nazionale», collaboratore de «La Verità» e responsabile nazionale della cultura per CasaPound Italia). A costoro si vorrebbe evidentemente impedire di presenziare alla Fiera e di esprimersi liberamente.

Nell’attuale società del politicamente corretto, in cui tutto viene spettacolarizzato e banalizzato, coloro che non si allineano al pensiero unico vengono denigrati, perseguitati e marchiati con lo stigma del “fascismo”.

Il paradosso è che la violenza, la censura e l’atteggiamento squadrista proviene proprio da coloro che si ammantano di slogan buonisti e si infarciscono la bocca di mantra politicamente corretti. Il politicamente corretto è divenuta una vera e propria ideologia che riscrive la lingua, indica una morale a cui sottostare e riprogramma le menti e i comportamenti delle masse.

Il totalitarismo del buoni sentimenti (“buoni” solo in apparenza) ha i suoi cani da guardia pronti a riportare all’ovile chiunque dissenta od osi manifestare pubblicamente dei dubbi o delle idee che si oppongono alla narrativa mainstream.

Si vuole neutralizzare la coscienza critica e censurare qualunque forma di dissidenza.

Per chi sgarra la prima sanzione è l’avvertimento sul web tramite le armate di haters e cyberbullisti. Si passa poi all’esclusione dal dibattito (altrimenti l’imputato potrebbe spiegare le proprie motivazioni e irretire altre deboli menti), infine alla punizione.

Chi dissente va censurato, deve arrivare a vergognarsi non solo di quello che ha detto ma di quello che ha “osato” pensare. Potrà pertanto essere riaccettato nella comunità solo a patto di umiliarsi e chiedere pubblicamente perdono.

Denigrando e perseguitando gli intellettuali e le menti critiche si spera così di disincentivarli dal continuare le loro ricerche. Se questi si ostinano a continuare, verranno puniti attraverso le sempre più numerose norme e attraverso l’introduzione del reato d’opinione (la battaglia sulle fake news serve anche a questo).

Di alcune tematiche non si deve parlare per non urtare alcune minoranze che sembrano aver preso in ostaggio il senso critico.

Dovremmo chiederci: siamo ancora in democrazia?

Si può giustamente non condividere certe idee, contrastarle e criticarle, ma la censura e il clima da psicopolizia sono segnali allarmanti di un clima d’odio che si fa sempre più tangibile e addirittura sfacciato.

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