Su Repubblica una pièce distopica in cui non si studia più il passato

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Difficile immaginare partigianeria più spudorata e paraocchi più grandi di quelli che ogni giorno vediamo in bella mostra negli articoli di Repubblica, ormai un megafono stonato della propaganda mondialista.

 

| “Una storia senza storia”: la distopia di Stefano Massini |

In certi casi, a questi si aggiunge anche una certa dose di ignoranza, come in un articolo comparso online il 29 di Aprile, dove si presenta una “piece distopica” di uno dei “migliori scrittori italiani”, tal

Stefano Massini, il quale immagina il resoconto di uno scolaro dei 2039 alla prese con la nuova materia, “versione dei fatti”, che ha sostituito la storia nelle scuole.

Tutto ciò dovrebbe essere una riflessione apologetica del manifesto in difesa della storia firmato da Camilleri e Segre, seguente all’effettivo depotenziamento della materia nelle nostre scuole pubbliche.

Siamo però di fronte a una posizione strabiliante: l’articolo nella sua interezza è un elogio dell’istruzione direttiva e impositiva e un attacco diretto invece alla scuola delle competenze critiche, della rielaborazione, della pluralità, della riflessione. Si elogia la riproposizione dei “fatti” e si scredita la contestualizzazione, l’indipendenza di giudizio nella “ricezione” degli stessi.

Se leggiamo la letteratura distopica più nota e più efficace, ci viene sempre dipinto innanzi agli occhi un mondo a una dimensione, senza apertura, in cui i fatti da presentare e la loro interpretazione sono decisi dal potere totalitario di turno, perché “chi controlla il passato controlla il futuro, chi controlla il presente controlla il passato”.

“Uno dei migliori scrittori italiani” invece ci mostra una distopia al contrario, nella quale si sta male per la troppa libertà di pensiero, per la troppa accettazione del confronto, con la nostalgia dei bei tempi passati, quando per ogni domanda storica “c’era una sola risposta possibile”. In questo mondo distopico il resistente, il partigiano, l’eroe insomma, si chiama Peter e la sua non è una lotta per il diritto di parola, al contrario, egli è lo scolaro che, subito, con un riflesso condizionato, pronuncia la risposta giusta, l’unica vera e possibile. Poi ci sono anche altre chicche: questo Peter viene “corretto” facendogli dire che “il surriscaldamento climatico non è colpa dell’uomo”. Se non ci credete turatevi il naso e leggete l’articolo.

 

| La scuola dei liberatori |

Ora, faccio qui solo notare di sfuggita che la scuola direttiva, col maestro al centro che passa le nozioni da mandare a memoria, è quella fascista, mentre la scuola dei “liberatori”, quella di Dewey, è quella plurale, in cui la centralità del discente è il principio primo. E’ forse l’unica cosa decente portataci dagli americani, in mezzo ai bombardamenti sui civili. Si tratta di schizofrenia o solo di ignoranza? Nessuna delle due.

Chi propone questa lettura sa che la storiografia è ancora e saldamente in certe mani, quelle di sinistra (oggi mondialista), e che le ore di storia, che malamente sono sempre meno importanti, sono quelle che queste mani hanno utilizzato, in settant’anni di dominio gramsciano, per manipolare le coscienze dei giovani. Sappiamo delle fosse di Katyn, delle foibe, del triangolo rosso, di Porzus, delle armi chimiche al porto di Bari e di mille altre cosucce solo con grande difficoltà e tante altre pagine di storia scritta dai vincitori meriterebbero una riflessione che questi “migliori scrittori” e migliori editori non hanno proprio voglia di concederci.

Ma non c’è poi nulla di nuovo in fondo. Se si pensa al burionismo, allo scientismo che calpesta i diritti degli individui, che annebbia le masse sempre più prone, e dal punto di vista politico alla mania tecnocratica europeista, si capisce che questa gente si muove ancora nelle illusioni, brutte per giunta, del positivismo. La teologia del fatto, la metafisica della scienza esatta, che è solo ingenuità ermeneutica, non ha manco più il pudore di darsi un tono.

Concordo ovviamente sul fatto che la storia dovrebbe avere molto più spazio nelle nostre scuole, ma non la storia intesa come il “mandare a memoria” che è la morte della autonomia, né come propaganda, quanto come riflessione e attualizzazione.

Solo quest’ultima sarebbe capace di svegliare le coscienze intorpidite della nostra gioventù e portarla all’impegno nella lotta politica. Immagino però che questo tipo di storia insegnata non sia una priorità nell’agenda sorosiana e debenedettiana.

Matteo Simonetti è laureato in filosofia e diplomato in Pianoforte. È giornalista pubblicista dal 2004 e collabora con vari quotidiani e riviste nazionali. Lavora come docente di storia e filosofia nei licei e come articolista e redattore della storica rivista «L'Uomo Libero». Ha pubblicato diversi saggi su temi filosofici, storici e politici, tra cui Kalergi. La prossima scomparsa degli europei.

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