Terrorismo: dal Pentagono una tecnologia per identificare le persone dal battito cardiaco

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“Dai latini verum e factum sono usati scambievolmente o, come si dice comunemente nelle scuole, si convertono”;

detto altrimenti

“il vero è il fatto stesso”.

Sono parole di Giambattista Vico (De Antiquissima Italorum Sapientia, 1710), il più grande filosofo italiano di tutti i tempi.

Con questa considerazione, secondo cui non vi sarebbe differenza di significato tra vero e fatto, Vico radica la conoscenza nel mondo nelle cose, per poi proiettarla dal terreno all’ultraterreno escatologico e alla metafisica, la più peculiare delle scienze filosofiche.

E’ una rivoluzione scientifica del pensiero umano: la “Scienza Nuova” del pensatore napoletano segnerà tutta la modernità e la gnoseologia dell’assoluto: quest’ultimo, da principio dal quale far discendere la materialità è capovolto in destinazione finale del pensiero “storico” dell’ “hic et nunc”.

Contro questo “mondo rovesciato” della modernità ha resistito, con tutto il suo apparato coercitivo-terrifico, la giustizia, fare pratico del diritto.

Addirittura, la giustizia, che dovrebbe essere il lato pratico ed empirico del diritto (fatto di precetti generali e astratti) è talmente potente da scippare la sacralità al diritto, sostituendosi a esso sul trono del dogma metafisico, eterno ed immutabile. Una sorta di transustanziazione laica: come il sacerdote, quando il giudice “celebra la giustizia non può non disvelarsi, non transustanziarsi, non compiersi. Prima il giudice può macerarsi, arrovellarsi, dirsi non sei degno…ma, nel momento in cui celebra, non più…E tanto meno dopo” (Sciascia, “Il Contesto”).

La giustizia, però, Vico ed il suo “il vero è il fatto stesso”. E lo fa con subdola malizia, mediante un sofisticato marchingegno intellettuale che vuole addirittura far crede esattamente l’opposto e cioè che il giudice sarebbe il cantore più autorevole del reale. Ma è pura illusione.

La giustizia non conosce il reale, è pura finzione empirica. Il giudice decide in ragione di ciò che il tempo, l’investigatore, le regole processuali ovvero ogni altro incidente “umano troppo umano” si frappone tra “il fatto” ed il “vero”. Così creando un nuovo rapporto cognitivo, costruito sulla “finzione del fatto” e sulla “finzione del vero”. In questo senso la giustizia riproduce la coppia ontologica vichiana sostituendone gli elementi con la loro finzione. Il fare giudiziario, per farsi accettare dalla natura essenzialmente critica del pensiero umano,  deve così divinizzarsi e dunque, come descritto da Sciascia, rendere divino e dogmaticamente certo ciò che è parziale ed irreale.

Nonostante questa “hybris” angelica della giustizia, coloro che ne sono i soldati e i cantori (i magistrati) – consapevoli della distanza tra “fatto” e “vero” – hanno reso, nelle diverse epoche, il processo, tempio religioso del teatro delle finzioni cognitive e dell’irrealtà,  traboccante di contenuti sempre più nuovi, scientifici, post-scientifici o anche solo apparentemente scientifici; e ciò per superare il mai confessato fallimento della “transustanziazione in toga”. E’ una rincorsa affannosa, secolare, continua, ossessiva, compulsiva, affannata verso la coppia cognitiva vichiana di fatto e verità, destinata però ad essere “un cimitero di errori” (secondo la definizione popperiana sulla scienza).

Ogni epoca ha la sua “grande narrazione” di certezza e verità: il popolo o la giuria (“Uscì di nuovo e disse loro: io non trovo colpe in lui…ma voi avete l’usanza che io vi liberi uno per la Pasqua…allora gridarono, non costui ma Barabba” Giovanni 18;21); i carboni ardenti o la tortura; il calcolo algebrico delle prove (il sistema definito della prova legale dell’epoca positivista) fino ad arrivare, ai nostri giorni, al DNA (nessuno ha un codice genetico uguale ad un altro soggetto, ad eccezione del gemello omozigote).

Sono tutti elementi utilizzati sfruttando una loro verità potenziale e metafisica (sacra ed immutabile) e mai prendendo atto della loro fallacia empirica e “del caso concreto” (come ammonisce una illuminante giurisprudenza della Corte Suprema degli Stati Uniti con riferimento ai possibili trabocchetti cognitivi insiti nell’uso forense della prova genetica). Così ogni tentativo di avvicinare il fatto al vero si è rivelato fallimentare, ambiguo ed incapace di fornire linfa e fede incrollabile al sacramento della transustanziazione giuridica. L’ultima trovata è assai avvenieristica.

Il Pentagono ha realizzato una tecnologia che permette di identificare le persone attraverso il battito cardiaco, il cui pulsare sarebbe diverso da individuo a individuo e quindi riconoscibile come una “firma” che non si può falsificare. Il sistema funziona utilizzando un raggio laser a infrarossi. (“Il cuore del Terrorista”, Corriere Innovazione, 26.7.2019).

L’idea è quella di individuare e scovare i terroristi in modo più certo e decisivo. Secondo Candice Tresch, portavoce del Dipartimento della Difesa degli USA,

“Questa tecnologia permette di registrare un battito cardiaco durante una raccolta di informazioni di intelligence, per esempio quando un terrorista sta piazzando un congegno esplosivo. Quando questo soggetto viene poi catturato ed i suoi battiti cardiaci possono essere comparati per essere certi dell’identificazione” (con quelli rilevati sull’attentatore vero, ndr.).

Il karma della giustizia è proprio questa ricerca di “paramenti divini” per coprire la propria peccaminosità e fallacia. La giustizia, al contrario, sarebbe realmente divina qualora riuscisse ad escogitare un sistema in ragione del quale essere in grado di garantire il rispetto delle norme sulla valutazione della prova, accettando che una certa prova, che si reputa decisiva, possa non offrire alcuna forma utile e legalmente corretta di accertamento. Il sacro va dunque spostato dalla fonte di prova alla sua valutazione giudiziaria secondo le regole di logica giuridica.

L’intelligenza artificiale e l’algoritmo sono la sola speranza per dirimere correttamente il contrasto giudiziario tra mezzi di prova oramai desunti da “membra umane”.

Codice genetico contro battito cardiaco; macchina della verità contro inconscio e ipnosi; impronta digitale contro analisi fonica.

Non c’è più limite nella decostruzione del corpo umano per processare l’uomo stesso, in una sorta di autopsia processuale ove l’unico soggetto umano che assume i connotati angelici ed indistruttibili (perché divini) è il giudice. Una strada curiosa può essere tracciata da questa nuova e bizzarra prova del battito cardiaco: se è realmente identificativa del soggetto che ha “quel ritmo e solo quello” sarebbe interessante associare questo dato, non tanto (e non solo) con quello del reo ma con l’impronta del cuore del magistrato che ha emesso le decisioni. Si potrebbe scoprire che certi battiti corrispondono a determinate pulsioni cognitive e dunque a specifiche modalità di decisione. Oppure l’indossamento della toga modifica la “targa” del battito cardiaco?

Nei testi antichi e in molte tradizioni orali si trovano svariati riferimenti all’esistenza di un luogo segreto all’interno del cuore capace di influenzare l’agire umano (“vasto come questo spazio esterno è il minuscolo spazio dentro al nostro cuore: in esso si trovano il cielo e la terra, il fuoco e l’aria, il sole e la luna, la luce che illumina e le costellazioni, qualunque cosa quaggiù vi appartenga e tutto ciò che non vi appartiene, tutto questo è raccolto in quel minuscolo spazio dentro al vostro cuore”, Chandogya Upanishad).

Luca D’Auria nasce nel 1969 a Milano dove svolge la professione di avvocato penalista. Dopo la laurea collabora con la cattedra di procedura penale e medicina legale, tenendo docenze sull’utilizzo processuale della prova del DNA. Nel 2010 si iscrive al corso di laurea in filosofia della mente presso l’Università Vita-Salute del San Raffaele. E’ stato docente di diritto e procedura penale nel Master di Criminologia dell’Università Vita-Salute. Attualmente è docente di intelligenza artificiale e processo penale nel Master di Criminologia della Business School de Il Sole 24 Ore presso cui è anche docente di diritto penale dell’economia nei Master di…

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