Utero in affitto: l’India ferma il business della surrogata. Fuorilegge oltre 3000 cliniche private

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La camera bassa indiana ha approvato il provvedimento che vieta in tutto il Paese la maternità surrogata a fini commerciali (vedi Ansa).

La legge autorizza la gestazione surrogata solo nel caso di scelta altruistica, tra persone della stessa famiglia, e solo per le coppie di indiani sposate da almeno 5 anni che non abbiano altri figli viventi.
Il provvedimento mette quindi fuorilegge le oltre 3000 cliniche private che dal 2001 prosperavano in tutto il Paese, con coppie in cerca di figli che arrivavano da tutto il mondo, e un giro d’affari di milioni di dollari.

Non basta perché le cliniche hanno già iniziato negli ultimi a spostarsi negli altri Paesi, ma è comunque un inizio.

Più ci spostiamo nei Paesi poveri e in via di sviluppo e meno le donne guadagnano per la gestazione.

Sono tutte donne disperate, molte di loro hanno già diversi figli e lo fanno esclusivamente per denaro. Accettano il contratto legale che le costringe alla fine delle quaranta settimane, se il figlio è sano (altrimenti sono costrette ad abortire o a tenerselo senza soldi ovviamente), a cederlo ai genitori acquirenti.

 

| India: il business della maternità surrogata, una forma di schiavismo coloniale |

In India lo sfruttamento delle donne aveva infatti raggiunto una dimensione di schiavismo “coloniale”: si era creato un vero e proprio il business legato direttamente alla maternità surrogata: vi operano oltre 3 mila cliniche, per un business che supera i 400 milioni di dollari l’anno e porta a termine almeno 1.500 casi di surrogazioni l’anno, un terzo dei quali per conto di stranieri.

Sempre più ricchi occidentali affittano l’utero di donne indiane e fanno ricorso a “cliniche-fabbriche” che ricordano quelle fordiane de Il mondo nuovo di Huxley. I medici impiantano fino a cinque embrioni alla volta, se poi nessuno muore, alcuni di questi vengono selezionati e uccisi con l’aborto a seconda dei desideri dei committenti anche se la madre surrogante non vuole. Senza assicurazione sanitaria, le donne sono costrette spesso a subire il parto cesareo perché i bambini non corrano rischi. Il prezzo è basso, quindi la richiesta soprattutto di inglesi, americani e australiani è alta. Nonostante il governo avesse già vietato l’utero in affitto solo per gli stranieri, la legge non veniva applicata e il traffico dei bambini on demand è continuato nell’indifferenza totale.

Per questo il governo indiano aveva già iniziato anni fa a pensare di regolamentare ulteriormente il mercato.

Nel 2013 aveva già vietato il reclutamento selvaggio delle volontarie da parte di scout che agivano indisturbati al soldo delle cliniche private.

Si era infatti attivato un sistema malato di vera e propria “maternità seriale” in cui le madri surroganti si sottoponevano a gestazione per terzi a scadenza regolare.

Il business dietro la maternità surrogata è infatti considerevole quanto drammatico e dovrebbe spingere l’opinione pubblica a riflettere sulle derive dell’attuale politica. Dietro questo mercato globale si nascondono spesso tragedie umane, morti, abbandoni, condizioni di vita devastanti che spingono donne disperate ad accettare di affittare il proprio corpo per fare figli per i ricchi.

In Oriente il servizio costa molto meno perché le madri surroganti non hanno una copertura sanitaria e rischiano persino la vita (ma questo è un problema collaterale per chi “compra” un bambino se si può risparmiare).

Nel subcontinente indiano, infatti, la situazione delle madri surroganti è drammatica. Ogni anno vengono reclutate giovani “volontarie” senza alcuna tutela medica nelle aree più povere producendo così più di 1.500 bambini l’anno con ovuli impiantati: sono volontarie ingaggiate da veri e propri scout, pagati dalle cliniche “illegali”, attivi nelle zone più povere del Paese e nei bassifondi delle megalopoli indiane. Vengono attratte dalla cifra del compenso offerto: tra i 3500 e i 5000 dollari.

Come scriveva Matteo Miavaldi dalle colonne del «Fatto Quotidiano»,

«Negli ultimi anni, facendo concorrenza alle cliniche statunitensi e britanniche, i prezzi bassi delle cliniche indiane hanno alimentato nel Paese un’industria della medicina dell’infertilità da 2,3 miliardi di dollari l’anno. Il boom iniziò nel 2006, quando il celebre talk show americano condotto da Oprah Winfrey, mandò in onda l’intervista entusiastica di Jennifer e Kendall, una coppia del New Jersey che si era rivolta alla Akanksha infertility clinic del distretto di Anand, India, per il concepimento del proprio figlio tramite una madre in affitto. […] Lo spot mondiale fece diventare il distretto di Anand, nello Stato del Gujarat, uno dei centri di maggiore concentrazione di cliniche per l’infertilità nel Paese, al fianco delle metropoli Delhi e Mumbai» (Leggi l’articolo)

Le donne firmano contratti tra le parti che non prevedono nessun supporto medico o economico in caso di malori post parto e vengono spinte a parti cesarei per non mettere a rischio la nascita dei bambini. In alcuni casi vengono sottoposte a trattamenti ormonali pericolosi per la salute, con l’obiettivo di aumentare la percentuale di successo del concepimento.

Si sfrutta cioè il corpo di una donna per ottenere il massimo profitto, proprio come nell’industria.

Perché è esattamente questo: una fabbrica fordiana di bambini. Specchio di una forma di schiavismo moderno, in cui il corpo della donna viene equiparato a un forno e il prodotto che ne deriva(il neonato) può essere ceduto come semplice merce.

Addirittura rimandato indietro se non soddisfa l’acquirente, come diversi casi di cronaca attestano.

Per approfondimenti rimando ai seguenti articoli:

Maternità surrogata e fabbriche di bambini: storie di schiavismo moderno

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