Verso il cyber-giudice: cosa rimane della sacralità della giustizia?

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«Signor Marks in nome della sezione pre-crimine di Washington D.C., la dichiaro in arresto per il futuro omicidio di Sarah Marks e Donald Dubin che avrebbe dovuto avere luogo oggi 22 aprile alle ore 8 e 04 minuti».

(Minority Report).

Il mondo della giustizia respinge con sprezzo l’idea di un mondo in cui, alla toga, si sostituisca l’algoritmo e l’intelligenza artificiale.

La giustizia, trasformata in un calcolo, si sente defraudata, spossessata e violentata nei suoi principi sacri.

Il risultato sarebbe una giustizia senza miti? Sarebbe la realizzazione dell’uomo, della società, del costume e dello stato astratti?

Per i cantori dello jusdicere “all’antica”, fatto di carte ingiallite e polvere sui fascicoli, sarebbe la capitolazione del feticcio antropocentrico, del ponderoso pensare con la smorfia di chi sente addosso il peso della sapienza.

Tolto il velo di Maya e gettando un occhio alle norme sulla valutazione della prova, fulcro e anima pulsante del diritto e della giustizia, trucchi intellettuali con cui l’uomo “si fa Dio”, si disvela una realtà del tutto diversa da quell’“umano troppo umano” arrovellarsi tormentato: la sacralità più profonda della giustizia è fatta di logica, ragionamenti inferenziali, deduzione, induzione e abduzione.

E allora viene da affermare con risolutezza che non è la dottrina della più provocatoria contemporaneità a volere l’uomo giudiziario come un cyber-uomo, algoritmico e sradicato da ogni forma romantica di operatore giudiziario.

E’ la legge che vuole il giudice un ologramma di essere umano.

Peraltro, anche se il modello vintage è quello più iconico, ormai la repressione, l’investigazione e la prevenzione, si fondano sul calcolo delle probabilità dell’agire criminale mediante il “monitoraggio elettronico” di “pattern” comportamentali letti alla luce di appositi algoritmi anticrimine.

“Eppur si muove” borbottò Galileo, uscendo dall’Aula dell’Inquisizione, quasi a voler far intendere che la scienza è cosa diversa dalla pretesa umana (sempre troppo umana) di assumere come dogma che l’indossamento della toga sia una specie di travestimento “angelico” che rende il giudice, sul modello di un supereroe, un soggetto mitologico “terzo ed imparziale”, logico e giusto. Chissà se Galileo avrebbe preferito essere giudicato da un algoritmo e poter dire che anche il giudizio si è fatto scienza.

 

Luca D’Auria nasce nel 1969 a Milano dove svolge la professione di avvocato penalista. Dopo la laurea collabora con la cattedra di procedura penale e medicina legale, tenendo docenze sull’utilizzo processuale della prova del DNA. Nel 2010 si iscrive al corso di laurea in filosofia della mente presso l’Università Vita-Salute del San Raffaele. E’ stato docente di diritto e procedura penale nel Master di Criminologia dell’Università Vita-Salute. Attualmente è docente di intelligenza artificiale e processo penale nel Master di Criminologia della Business School de Il Sole 24 Ore presso cui è anche docente di diritto penale dell’economia nei Master di…

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